giovedì 12 novembre 2009

Lavori di sartoria

Leggo l'articolo sul ddl del processo breve e mi viene da lanciarlo al muro: mi ravvedo solo quando mi accorgo che il testo è sullo schermo del mio computer, e quello lanciarlo al muro mi costerebbe un po'. Quindi mi trattengo.

E chiedo, seriamente, magari ho capito male.

Se qualcuno, reo di un delitto 'minore', incorre nella prescrizione dopo due anni di processo, e poi viene processato per un altro reato, sempre minore, può sperare ancora nella durata del processo oltre i due anni, in modo da uscirne pulito e incensurato anche la seconda volta? E magari anche la terza, e la quarta? Non si rischia, in questo modo, di incentivare indirettamente la serialità del crimine?

Quello che mi fa rabbia è che il centro destra ha sempre fatto mostra di guardare con orrore all'indulto del centro-sinistra: per poi, come si vede, fare leggi per cui i criminali non lo raggiungano nemmeno, il carcere.

Poi Gasparri dice ai magistrati di 'lavorare di più': Gasparri, lei è senatore, ma guardi un momento ai suoi colleghi della Camera, alle loro assenze, alla lentezza con cui si muove il Parlamento: forse sarebbe anche il momento che il Parlamento lavorasse di più, non le pare?

Repetita iuvant

L'edizione cartacea di Repubblica dell'altro ieri dedica addirittura tre pagine a quello che è dipinto, secondo il costume di certo giornalismo, come un fenomeno endemico della portata e gravità dell'influenza A: la diffusione, in Italia, del malcostume delle ripetizioni, delle lezioni private, dei cosiddetti personal prof. Si sottolinea come il fenomeno sia diffusissimo, che muova cifre considerevoli e del tutto nascoste al fisco (cosa verissima) e che costutuisca una voce considerevole della spesa familiare.

In realtà, l'articolo, anzi, gli articoli, di Repubblica non sono così beceri, ma secondo me rispondono alla necessità di riempire una doppia pagina, piuttosto che contribuire alla personale edificazione del lettore, o quanto meno alla sua informazione.

Sostanzialmente, se da un lato l'avere un personal prof può non essere del tutto negativo per i ragazzi in formazione - questo dice la psicologa intervistata - il fenomeno evidenzia lo sfascio del sistema di istruzione pubblica, che non ha gli strumenti per provvedere a quegli allievi che non ce la fanno a stare al passo e rsichiano la bocciatura- sottolinea il sindacalista interpellato.

Da personal prof quale ho scoperto di essere, mi permetto di sottolineare che forse ha più ragione il sindacalista della psicologa.
Faccio ripetizioni di latino e greco da qualche anno. Dire che lo faccio per arrotondare mi sembra eccessivo, visto che la concorrenza è talmente forte che i miei prezzi sono stati definiti 'cinesi'. I prezzi che indicano i giornali non sono quelli dello studente, e del neolaureato, ma dell'insegnante con molta esperienza.
Sottolineare che si tratta di una rendita in nero è una cosa giusta, ma non tiene conto del fatto che non si tratta, il più delle volte, di un lavoro regolare. L'ora di ripetizione, per molti studenti, è qualcosa che si fa solo prima del compito, o che va incastrata facendo slalom fra il nuoto, la piscina, la danza, l'equitazione, le influenze e le possibilità dei genitori di scarrozzare i loro pargoli di qua e di là. E ovviamente, tenendo conto, a volte, delle esigenze del personal prof, che solitamente ha già un lavoro da qualche parte.
Ecco, non mi sembra che una simile flessibilità sia conforme alla situazione richiesta per aprire una partita IVA. Non mi sembra nemmeno che il costo della partita IVA consenta di tenere i prezzi a un livello concorrenziale. Ma mi lascio facilmente sorprendere, e ricevo volentieri dagli eventuali commercialisti in ascolto una consulenza, a titolo gratuito, ovviamente.

Ed ora, entriamo nel merito.
Recentemente discutevo con un amico docente, che aveva effettivamente ragione dicendo che 'le ripetizioni non servono a niente'. Se in quel 'niente' si vuol dire che le ripetizioni non insegnano di fatto nulla che non si fosse imparato a scuola, e che difficilmente potrebbero sopravanzare l'iniziativa del singolo studente che decidesse finalmente di studiare le materie in cui è carente, sono d'accordo.
Ma il fatto è che spesso lo studente o non ha voglia di mettersi a studiare più seriamente, oppure, quando decide di farlo, è già talmente indietro che dovrebbe bocciarsi da solo, per riprendere il passo (il perché non sia stato bocciato prima risiede nelle alchimie dei consigli di classe che hanno portato - e portano - alla promozione, individui con plurime insufficienze, cosa che nemmeno la riforma Gelmini con tutti i suoi slogan è riuscita a risolvere).

Ecco che subentriamo noi. Gli studenti universitari, i ricercatori, i dottorandi. Siamo sempre noi, precari presenti o futuri di una scuola e di un'università dove non c'è posto per noi. Siamo gente seria, il più delle volte. Ci mettiamo lì: e facciamo i compiti con loro. Che è ben diverso dal fare i compiti per loro. Per me sarebbe molto più comodo fare le versioni di greco a casa mia e rispedirle a giro di posta elettronica con pagamento paypal. Ma internet ci pensa già, e la mia coscienza mi ricorda che questo, questo sì, non serve a niente. Senza contare che i nostri adolescenti, nativi tecnologici, nemmeno lo sanno usare, un font greco, e quindi sai che casino verrebbe fuori.
Quindi io mi metto lì, e si fanno i compiti insieme. Ho provato, moltissime volte, a dare dei compiti io, in modo da far fare più esercizio. La contromossa più semplice è che gli allievi non li fanno, perché hanno da studiare le altre materie o non hanno voglia. E non posso pretendere che trascurino la versione data a scuola per fare quella che ho assegnato io. Potrei pretendere che almeno mi presentassero dei compiti già fatti, da correggere e controllare, ma è utopia.
A differenza del docente, io non ho nemmeno un registro con cui farmi scudo. E quindi, si guarda al risultato. Si fanno i compiti in modalità assistita. E' come un'interrogazione senza voti: loro traducono - o almeno ci provano - e io li ascolto, e li correggo. Li aiuto. Ripeto mille volte le cose che dovrebbero già sapere. Cerco di far notare loro come affrontare i problemi. Repetita iuvant, si dice.

A volte sì, funziona, e bene. Si smuove qualcosa, le cose vanno meglio, i cinque diventano sei, ed anche sette. A volte funziona meno. Ma magari un tre, un quattro, diventano un cinque, e si spera nell'aiutino, il condono, la benevolenza. Si fa quel che si può. Come si può. Solitamente, si lavora meglio se l'allievo è ricettivo. Repubblica accusava i 'ripetitori' di non promuovere la formazione di un buon metodo di studio. Io vorrei ricordare che un metodo di studio si acquisisce a patto che si studi, e si voglia studiare. E questa voglia se non c'è, si fa ben fatica a darla. Il fatto di tenere una persona a studiare latino e greco per un'ora di fila a volte è già una conquista.
Vi sembra poco? Beh, cosa pretendete, in un'ora, massimo due, alla settimana? Senza sapere nemmeno a che punto si sia arrivati in classe con il programma: a sentir loro, in classe sembra che non ci siano nemmeno stati, certe volte.

Con tutto ciò, questo lavoro mi piace. Lavorare a contatto con questi allegri somari mi piace, e mi aiuta a capire quali sono le loro difficoltà, a capire come impostare l'insegnamento della mia materia, quella che io ho studiato per insegnare (cosa che forse non avrò mai la fortuna di fare, dati i tempi). Come fargliela capire, e a volte come fargliela apprezzare... A volte...

Io - intendiamoci - non avrei nulla in contrario se mi si dicesse di lavorare da strutturata, a scuola. Facendo corsi di recupero, doposcuola, cose simili. Con uno stipendio, una convenzione, non lo so, qualcosa. Ma le scuole pubbliche per questo non hanno soldi. Nemmeno per i corsi di recupero, li hanno. E voi continuate pure a lamentarvi che la scuola non fa questo e non fa quello, a sostenere la Gelmini e a mandare i vostri figli a ripetizione: il precario che avete fatto licenziare aiuterà vostro figlio nei compiti, pagato in nero, e sempre da voi.

Una banca differente?

Chi vive in baracca, chi suda il salario
chi ama l'amore e i sogni di gloria
chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria
[...]
Chi sogna i milioni, chi gioca d'azzardo
chi gioca coi fili chi ha fatto l'indiano
chi fa il contadino, chi spazza i cortili
chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia.
[...]
Chi è assicurato, chi è stato multato
chi possiede ed è avuto, chi va in farmacia
chi è morto di invidia o di gelosia
chi ha torto o ragione,chi è Napoleone
chi grida "al ladro!", chi ha l'antifurto.
[...]
chi cambia la barca felice e contento
chi come ha trovato,chi tutto sommato
chi sogna i milioni, chi gioca d'azzardo
chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo.


Una nota banca ha adottato nel suo spot la melodia di una nota canzone.
Giulia, su FB, si domanda se la nota banca avesse una vaga idea del testo della nota canzone.

martedì 10 novembre 2009

Giustizia e Bar sport

Seguendo il ragionamento, posto che di ciò si tratti, dell'On. Giovanardi, se Stefano Cucchi fosse stato un giovanotto aitante e ben pasciuto, 1,95 per 90 chili, bello e rubicondo, forse sarebbe ancora vivo. Forse sarebbe stato più difficile che morisse. Forse ora ci sarebbero da chiarire i perché di una lesione, piuttosto che i perché di una morte.
Ci sarebbero comunque, e infatti ci sono, da chiarire molti perché.

Purtroppo, il ragionamento, posto che sia tale, dell'On. Giovanardi, non aggiunge nemmeno un granello di verità a quello che già sappiamo. Non diminuisce le cose che vorremmo sapere. Alza, se mai, un'inutile, e ben vergognosa, cortina di fumo su una faccenda già poco chiara, dandoci un parere che faticheremmo a tollerare dallo sconosciuto seduto al bancone di un bar, figurarsi da un senatore.

Giovanardi, lei è medico? No. E' il medico, o il legale della Famiglia Cucchi? No. Conosceva Cucchi o la sua famiglia, prima dell'evento? Immagino di no. Conosceva personalmente le patologie da cui Stefano Cucchi era affetto, le sue abitudini, il suo rapporto con la droga? No. Era in caserma, in tribunale, all'ospedale, quando ci fu Stefano Cucchi? Non credo. Ritiene di avere qualcosa di interessante da dire, a parte la sua personale opinione, che in questo caso non è interessante, sulla vicenda? Le sue parole hanno risposto 'No' anche a questo.
Mi sembra che sia sufficiente a capire come dovremmo valutarle.

lunedì 9 novembre 2009

Le strette del tempo: breve storia di come dimenticheremo tutto, a lungo andare

Concedetemi un post tennico, come avrebbe detto qualcuno nel Bar Sport di Benni.
D'altronde, sono apprendista filologa, e un po' di orgoglio professionale sono riuscita a trovarlo, in fondo al cassetto delle cose inutili.

Quella che segue è la storia - peraltro nota e arcinota, ma sono sempre le banalità che si dimenticano per prime, o io almeno di questo mi illudo per continuare a scrivere banalità - di come abbiamo dimenticato e dimenticheremo ogni cosa. Con l'aiuto della tecnologia.
Come? Sentite qua.

I primi supporti dove l'uomo lasciava tracciati i primi caratteri, fossero l'inventario del bestiame posseduto o una primordiale composizione protopoetica, erano i più diversi. Pezzi di stoffa, di corteccia, di coccio. In ultima, tavolette di argilla. Un sacco di tavolette d'argilla, spesso, come quelle della lineare A, scrittura cretese mai decifrata.

Poi, mano a mano, scrivere diventò più semplice, e anche più piacevole diventò il passatempo di lasciare, attraverso lo scritto, ai posteri i propri pensieri, e non solo la propria contabilità. Anche se la trasmissione orale del sapere costituiva comunque un fattore importante, nella diffusione della cultura, indispensabili divennero le tavolette coperte di cera e quindi i rotoli di papiro. I due supporti erano usati nella stessa epoca, con funzioni diverse: le prime erano adatte a scritture estemporanee, mentre al papiro era consacrata la memoria definitiva del testo. La proliferazione dei testi su papiro era enorme.

Il problema reale emerse quando la pergamena prese il sopravvento sul papiro, e il libro assunse un'altra forma: dal rotolo al codice. L'utilizzazione del codice comportava numerosi vantaggi: il materiale era più resistente, il codice diventava un oggetto più facile da utilizzare.
Siamo tra il II ed il IV secolo d.C. Quindi dopo la massima fioritura - o almeno quella che per noi è tale - della letteratura greca e latina. C'erano un gran numero di testi che necessitavano di essere portati, gradualmente, da un formato all'altro. Il che implicava delle necessità di selezione.
Ecco come abbiamo perso la maggior parte di quella specie di corazzata Potemkin letteraria che erano le storie di Tito Livio. Per dirne una. Ecco come abbiamo perso quasi del tutto le commedie di Menandro. Papiri, oggi come oggi, ce ne restano pochissimi: quello che siamo riusciti a recuperare dai cartonati di qualche sarcofago. Frustoli semileggibili. Chissà quante cose, che i loro autori avrebbero creduto di consegnare all'eternità consegnandole ai rotoli di papiro, non sono state copiate, andando irrimediabilmente perdute.

Il codice trionfò. E la letteratura, e non solo, per moltissimo tenpo fu copiata e ricopiata, da un codice all'altro. Con risultati a volte allarmanti: la fatica di copiare su un nuovo codice quello che si trovava nel vecchio procurava severi danni al testo. Se pensiamo che i primi codici furono anteriori al IV secolo a.C., ma che noi, oggi come oggi, possiamo ritenerci fortunati se disponiamo di materiale di VI secolo, dovrebbe farci riflettere. Quanto, nel corso del tempo, non è stato ritenuto degno di essere copiato?

Poi (ve la sto facendo breve e semplice) venne la stampa. E si ricominciò da capo. La stampa (un'operazione molto meno agevole di quanto sia oggi) permetteva una diffusione della cultura sino ad allora inimmaginabile. Sì, ma quale cultura diffondere? Quale cultura copiare, mettendo in fila, l'uno dopo l'altro, i caratteri che servivano per comporre una singola pagina, migliaia e migliaia di volte? L'avete già capito: siamo in presenza di un'altra stretta del tempo. Non pensatela tanto in termini di cosa copiare, ma ache di come copiare. In presenza di cento codici di Virgilio, quale avrebbe offerto allo stampatore il testo per l'edizione a stampa dell'Eneide? Quello più leggibile. Che forse era quello più recente e corrotto, dal punto di vista testuale. Oppure quello della biblioteca davanti a casa, che magari mancava di tre fogli. Non sempre andò così. Ma andò anche così.

Siamo arrivati fino ad oggi. Alla digitalizzazione. Agli e-books.
Quali libri digitalizzare? Come farlo? In che formato? Anche qui, si farà, si sta già facendo, una scelta. Abbiamo la fortuna (?) di assistere in diretta ad una nuova trasformazione. Che condannerà, io credo, molte opere che ora sopravvivono alla stampa, al lento oblio.
Per carità, non per tutte ci sarà da dispiacersi. E non sarà nemmeno il caso. Digitalizzare una pagina è un processo molto più rapido che copiarla a mano. Se si parla di scansoni in pdf. Già volendo creare un testo che parli, che sia un ipertesto, che abbia delle note, delle possibilità di elaborazione ed espansione, il pdf non sempre basta.
E non sempre bastano gli strumenti tradizionali. Non solo il sistema editoriale non è preparato. Ma l'oggetto libro non è più pratico, per questo genere di utilizzo: gli indici, per dire, non potranno più essere dei lunghi elenchi alla fine di un volume che non sarà più un'operazione rapida sfogliare. Il supporto dovrà consentire delle annotazioni da parte del lettore, una certa possibilità di elaborazione, se il libro in oggetto è un testo di studio. C'è da fare, molto da fare. Da cambiare, soprattutto.
Per non parlare dell'instabilità del supporto. Un file è un insieme di informazioni in codice binario, no? Può essere distrutto con un erase di troppo. Con un cambiamento del campo magnetico. Per eliminare una biblioteca, nel medioevo, ci volevano uno squadrone di topi, un'invasione di barbari, un acquazzone e un bell'incendio. Oggi basta un click. Se tra cent'anni ci sarà la necessità di cambiare questo codice, ci sarà il tempo di rifare, di nuovo, tutto il processo di copiatura e traslitterazione? E quanto grave sarà, la selezione?

Per non parlare di possibili scenari apocalittici e fantascientifici: ci toccherà mandare i libri a memoria, e ritornare alla fase orale?
E se un giorno ci estinguessimo, e la terra fosse invasa da un popolo di evolutissime lucertole giganti che usano tutt'altro codice di trasmissione delle informazioni, la nostra cultura, tutto il nostro patrimonio, salvato in dei bei file, diventerà la nuova lineare A?

Nun m'emporta du passato

Abramo, un po' il patriarca di tutti, un dì prese il suo figliolo Isacco, lo portò su un monte, lo legò a un altare, e l'avrebbe sgozzato. Per amore di Dio. Solo che Dio all'ultimo momento lo fermò.
Insomma, abbiamo sfiorato l'infanticidio... Il patriarca di Ebrei, Cristiani, Musulmani avrebbe ucciso suo figlio.

Vorrei vedere adesso, se uno tentasse di uccidere un bambino perché gliel'ha chiesto Dio, finirebbe in carcere prima di subito. Se non viene linciato prima.

A parte questo, dicevo, se la signora Santanché (oltre a coltivare una segreta crociata contro l'ortografia e l'italiano nella sua pagina web) vuole cominciare a tirare fuori gli scheletri dagli armadi delle religioni, perché cominciare proprio dall'Islam?

(è una domanda retorica, lo so benissimo, il perché)

domenica 8 novembre 2009

La regina dei castelli di carta. Stieg Larsson.

Eccomi qui, dopo un bel po', a ragguagliarvi sul terzo volume della famosa saga di Millennium. Devo dire che il tempo trascorso aveva raffreddato parecchio gli entusiasmi di cui mi ero caricata leggendo il secondo tomo, e che ho deciso di affrontare il terzo solo per una vaga necessità di completezza.

La regina dei castelli di carta è il meno soddisfacente, tra i volumi di Larsson. Rispetto al volume precedente, si viene subito proiettati in medias res, esattamente dove il secondo volume ci aveva lasciati. La storia si fa complicata, i personaggi da seguire sono decisamente troppi, e rischiano di confondere. I pistolotti sulla polizia segreta hanno messo a dura prova la mia pazienza, e la prolissità dello scrivente è davvero insopportabile. Ora, ok che i morti bisogna lasciarli stare, ma la necessità avvertita da Larsson di ragguagliarci sulla storia di ciascun personaggio, e di documentare ogni singola volta in cui la data donna -sempre strafiga e ultra consapevole di sé e delle proprie attrattive - si porta a letto il tale o il tal altro ricorda un po' una certa tendenza sviluppatasi nelle prime opere di Moccia. Anche se il paragone di Larsson, scrittore prolisso e un po' voyeur, ma che un bel po' di mestiere ce l'aveva, con l'imbrattacarte Moccia è un'ingiustizia e un colpo basso da parte mia, lo riconosco.

Ora occhio, eh, che entro nel merito e mi metto a fare spoiler. Siete avvisati.
La dicotomia tra personaggi buoni e cattivi è ingenua e semplicistica. Insomma, da una parte abbiamo genete matura e consapevole, con preferenze sessuali oneste ed esplicite, che per far trionfare la verità si rende colpevole di molti abusi. Ma sempre onestamente, eh.
Dall'altra abbiamo una serie di malvagi pasticcioni, spesso con inquivocabili tendenze pedofile e misogine, che compiono ogni abuso possibile per far trionfare il male. Ma sempre disonestamente, eh.
Diciamo che ricorderemo Larsson come un gran tessitore di trame (davvero, onore al merito: sono talmente complesse che anche per l'autore sarà stato difficilissimo non predere il filo) che per la sua finezza nel tratteggiare la psicologia dei personaggi.
Il protagonista Blomkvist è sempre più insopportabile, e riesce davvero difficile capire come sia in grado di portarsi a letto ogni donna che passi nelle sue vicinanze.

In quest'ultimo romanzo poi la trama ha delle falle che io trovo notevoli, che solo il ritmo incalzante del racconto riesce a coprire.
Innanzitutto, come è possibile che degli agenti segreti consumati come 'i cattivi' siano tanto ingenui da non accorgersi che Blomkvist & Co. abbiano capito di essere sorvegliati e li stiano gabbando? Questo non è credibile.
Come non è credibile che a Blomkvist & Co. con la solita scusa della 'protezione delle fonti' possa attingere pienamente a dati riservatissimi, protocollatissimi, violando la privacy di questo e di quello, senza che tutto questo infastidisca la polizia, e senza che tutta questa segretezza non renda i reportages di Millennium una marea di storie incredibili.
Anche la descrizione del processo finale è alquanto dubbia. Non conosco le leggi svedesi, ma il ribaltamento di una situazione incasinatissima è gestito dal giudice in maniera alquanto sportiva. Questa giustizia leggera piacerebbe certo a coloro che vogliono manipolare i processi a loro favore.
Le ultime cinquanta pagine sono, francamente, inutili e mal scritte. Specie se si arriva dopo la volata finale, dopo aver letto in un solo fiato le centocinquanta precedenti.
Magari nei romanzi successivi ci sarebbe stato qualche sviluppo sulla famosa sorella di Lisbeth, Camilla, che nel terzo volume resta un nome e poco altro. Chi lo sa...

Trovo che Larsson sia stato capace di creare trame coinvolgenti ed accattivanti, e che nei primi due romanzi questo ne abbia fatto un grande autore di best sellers. Nel terzo batte decisamente la fiacca, anche se mostra comunque un notevole talento nello sbrogliarsi da complicatissime situazione da lui stesso create. Mi riesce difficile credere come avrebbe potuto continuare la serie fino al decimo libro. Ma penso che avesse le doti per stupire anche una cinica come me, e tenermi incollata al decimo libro come al primi fino alla sua ultima - milionesima - pagina.

Due ruote


Nelle città si gira solo a quattro ruote. Tutto è costruito, concepito, pensato per chi viaggia su un mezzo motorizzato, possibilmente a quattro ruote. E che gli altri si arrangino. Qualche eccezione la si fa per i pedoni. Per quelli che passano dalle auto ai mezzi pubblici (che di ruote ne hanno molte più di quattro) al centro storico. Dove - forse - usano i piedi.
Manca qualcuno? Sì. I ciclisti. Non quegli sciami di uomini simili a insetti, con le loro livree sgargianti, i loro occhialoni specchiati, che si muovono in numero di quindici o più e fanno stormo, massa, la domenica mattina, sulle strade di campagna. Quelli hanno, se non altro, il numero dalla loro parte.
Io parlo di qugli strani cosi su due ruote che vedete arrancare, spesso sotto la pioggia, sulle strade dei pendolari, quelle che fate anche voi, ogni mattina. Fra loro ci sono anch'io. Avrete sicuramente un figlio, un cognato, uno zio fra loro.

Io devo fare circa nove chilometri, la mattina. Se il tempo consente, li faccio in bicicletta. Perché ci metto 25 minuti, contro i 60 che impiegherei con il mezzo pubblico.
Anche i ciclisti hanno fretta, sappiatelo: io il lunedì mattina alle otto non mi sto facendo una gitarella di piacere. Non godo nello schivare le auto perennemente parcheggiate sulle piste ciclabili (ove per pista ciclabile si intende, spesso, un'area a bordo strada delimitata da una riga scolorita, che spesso ti abbandona nel nulla, con il malefico cartello che ti dice: 'e adesso, arrangiati!') senza uno straccio di multa sopra. Mai. Che insomma, problemi di parcheggio ne hanno tutti, si sa, e se anche un ciclista deve andare per un po' sulla strada, non sarà la morte di nessuno. Forse. O forse sì.

Ma questo accade in quei fortunati posti dove la pista ciclabile c'è. Nella maggior parte delle strade il problema non si pone nemmeno. Non sapete quante volte le auto mi suonano e mi indicano, con disprezzo, di andare sulla 'pista ciclabile'. E mi additano il marciapiede. Poi ci sono anche quelle genialate, come la pista ciclabile/marciapiede. Ovverosia, un marciapiede largo, dove il ciclista deve o andare alla velocità della vecchietta con le borse della spesa, o cercare di superarla, schivando contemporaneamente la madre con carrozzina gemellare e il Porche Cayenne immancabilmente parcheggiato sulla pista ciclabile/marciapiede. Che tanto ci sta, è larga...

Le piste ciclabili sono sempre l'ultima cosa a cui si pensa. Se ci si pensa. Avete presente Padova e il suo famoso, avveniristico (?) tram? Bene: il tram attraversa delle arterie fondamentali del centro. Dato che le rotaie sono un obiettivo rischio per i ciclisti, queste vie sono state chiuse. Ai ciclisti. Giusto, voi direte. Ma i ciclisti dove vanno? Dirottati nelle aree semipedonali. A fare lo slalom fra i tavolini dei bar, le impalcature di perenni lavori di restauro, i pedoni, ovviamente. Che tanto, i ciclisti non hanno mai fretta. Altrimenti, andrebbero in auto.

E quindi, i ciclisti vanno tra le auto. Un po' incoscienti anche loro: i fanalini e i caschi non sono così diffusi, qui da noi. Spesso l'illuminazione carente non aiuta. Le buche nelle strade nemmeno.
Ci si pensa dopo. A Padova, dove una strada si incrocia con lo svincolo della tangenziale, hanno allestito un lussuosissimo passaggio ciclabile, con una luminaria che sembra sempre Natale. Dopo che una ragazza che l'attraversava, regolarmente sulle strisce, è morta, investita da un mezzo che forse nemmeno l'aveva vista, e che non aveva nemmeno pensato a rallentare, evidentemente.

Poi, anche i ciclisti arrivano a destinazione. Lasciare la bicicletta? Benissimo: dove? Le rastrelliere sono pochissime. E ancora meno quelle che permettono di legare la bicicletta sia alla ruota che al telaio. Vi lamentate che con una rastrelliera vuota io mi attacchi al palo della luce? Bene, state voi a piantonarmi la bicicletta tutto il giorno, o me la ricomprate voi, la ruota, la bicicletta che mi verrà rubata?
Sempre che la rastrelliera sia utilizzabile: ma spesso qualche coglione ci parcheggia davanti, l'auto o il motorino (che tanto è una bicicletta un po' sovrappeso, no?). Anche qui, il vigile passa, e sembra che non veda.

Ma tanto, a quanto sembra, ben pochi ci vedono.

sabato 7 novembre 2009

La vera croce

Paradossalmente, sembra che i soli che comprendono il vero, reale, doloroso, scandaloso significato del crocefisso, sono anche quelli che lo vogliono togliere dai muri degli edifici pubblici.

Per molti è un elemento decorativo. Simbolo di un'innocua tradizione, come l'orrenda teiera sbeccata della prozia Agatha, che sta sulla mensolina da decenni, stona con tutto, è obiettivamente orrenda, ma non si può toccare. Che non sia mai che la prozia Agatha, buon'anima, ci venga a tirare i piedi nel letto.

E quindi, ci toccherà convivere con lo spauracchio del fantasma della prozia Agatha per tutta la vita.

venerdì 6 novembre 2009

L'assente ha sempre torto

Dato che oramai siamo abituati a considerare la realtà in termini di ricavo-guadagno, e se non c'è guadagno, siamo abituati a ragionare in termini di rami secchi e cesoie, pensiamo ad un'azienda. Una grande azienda. 630 dipendenti.
Ora, pensate a questa grande azienda, e al fatto che i suoi dipendenti, mediamente, non lavorino il 19,29% dei giorni. Significa poco meno di un giorno su cinque.
Significa che in media, ciascuno dei 630 dipendenti un giorno su cinque, non si fa vedere. E che ci si deve arrangiare senza di lui. Oppure va in azienda, e non fa niente. Nemmeno premere il pulsante di accensione del pc.

Voi mi dite, ma questa azienda fallirà certamente: qua va tutto allo sfascio, è un'azienda inutile, o non ha niente da fare, o i suoi dipendenti sono pagati talmente poco che i pur magri ricavi compensano le spese.
Nessuna delle due: questi sono i dati della Camera dei Deputati. E questi, li avete già visti, i loro stipendi.

L'assenteismo alla Camera è una cosa abbastanza bi-partisan, o pluri-partisan. I più assenteisti sono i componenti del gruppo 'misto' (27, 64% delle assenze); i più virtuosi alla Lega Nord, 7,61% delle assenze.
Ma nel gruppo 'misto', se c'è Gaglione Antonio, con il 96,88% delle votazioni in cui NON ha votato, abbiamo anche Nicco Roberto Rolando, che ha solo l'1,86% delle assenze non giustificate.
Alla Lega sono più virtuosi e presenti, ma Chiappori Giacomo il 28,69% delle volte non vota.

Negli altri gruppi parlamentari la situazione è questa: all'Italia dei Valori, un certo Di Pietro Antonio non ha votato al 66,38% delle votazioni. Per dire. La media delle assenze del gruppo è del 24,10%.

Partito Democratico: abbiamo la virtuosa per eccellenza, Rosy Bindi, 100% delle presenze. Poi c'è tale D'Alema Massimo, che colleziona il 68,47% delle assenze. E tale Bersani Pier Luigi al 67,13%. Sì, delle assenze, avete capito bene. Ma non sono i soli, sopra il 60%. La media delle assenze però non è così alta, siamo appena sopra il 18%. Al PD, e meno male, c'è anche gente che lavora.

Unione di Centro: il meno virtuoso è Adornato Ferdinando, oltre il 50%. La media si aggira attorno al 25,5%.

PDL: la media delle assenze è bassa, con 13,13% sono secondi solo alla Lega. Tutti parlano di Luca Barbareschi e del suo 53,2%. Nessuno di tale Ghedini Niccolò, 73,55% . Poi c'è gente come Maurizio Lupi, 0,09%, che abbassa la media. Per fortuna.

Le assenze (correggo una mia precedente affermazione), sono un 'dato crudo', non evidenziano quando la mancata partecipazione alle votazioni sia dovuta a malattie o altre cause giustificate. (questo si legge sul sito della Camera).

Ora, lo so che i parlamentari non spuntano dal nulla, che hanno casa, famiglia, un lavoro, impegni pregressi a quello politico. Ci potrebbe anche stare un discorso patriottico del tipo 'cosa avevate di meglio da fare, che mandare avanti la Nazione?'. Ma ve lo risparmio.

Si parla tanto di simboli e di tradizioni che devono essere rispettate. Anche il parlamento è un simbolo. E prima di essere un simbolo, è un organo fondamentale per la democrazia, e, più prosaicamente, per mandare avanti la baracca.
Parliamo tanto di leggi elettorali che non vanno bene, di falsa democrazia, di questo e di quello. Ma se poi i deputati, i miei rappresentanti al governo, non vanno a votare, o vanno a votare, è vero, ma meno degli altri, dove cavolo ce la mettiamo la democrazia, me lo spiegate? (un dì un tale non molto alto e senza molti capelli coniò la frase 'turisti della democrazia'; potremmo parlare addirittura di 'democratici per caso', a questo punto)

Io di politica ci capisco poco. Ci capisco poco di tante cose, in generale. Ma i numeri, mi pare, parlano chiaro.
E se poi si parla di impiegati pubblici e insegnati fannulloni, di rigore, di risparmio, di modernizzazione e di evitare gli sprechi, pur mantenendo certe pessime abitudini ai massimi livelli, è evidente che qualcosa non va.

Ricordo che un deputato che non si presenti mai a votare ha uno stipendio base di oltre 5000 euro. E poi gli viene versata una diaria, di 4000 e rotti euro mensili, decurtata di 200 euro per ogni giorno di assenza. Un mio arguto lettore parlava di un 'gettone di presenza'.
Questo dovrebbe incentivare i deputati a partecipare al voto? In teoria, ma se hanno già tanti soldi senza fare nulla, potrebbero anche pensare che insomma, di quei 4000 euro non hanno bisogno proprio tutti i mesi. Ne hanno già molti altri, con contributi e laute pensioni, che ricompensano degnamente il loro ozio.

Aiuuutooooooooooooooooooooooo!

PADOVA. (…) I sindaci, ancora una volta, hanno scavato per primi la trincea a difesa del sentimento cristiano delle genti venete.


Se Massimo Bitonci, parlamentare leghista e sindaco di Cittadella (Padova), ha annunciato che controllerà «personalmente la situazione nel polo scolastico cittadellese, per accertarmi che nessun insegnante troppo zelante si azzardi a togliere il crocifisso », il suo collega di Montegrotto Terme, Luca Claudio (La Destra), ha fatto scrivere sui pannelli luminosi del Comune «Noi non lo togliamo», sottinteso, naturalmente, il crocifisso. Milena Cecchetto, leghista, ne esporrà uno bello grande nell’atrio del municipio di Montecchio (Vicenza).

Ma l’azione più radicale arriva da Galzignano Terme, comune di 4500 abitanti sui colli Euganei, dove il sindaco Riccardo Roman, scuola Udc, ha sfoderato l’arma finale: un’ordinanza con cui si dispone, se mai non fosse già esposto, «l’immediata affissione del crocifisso in tutti gli edifici pubblici presenti nel territorio di questo comune (…)».

Roman ha stabilito che gli agenti della polizia locale dovranno controllare, nelle prossime due settimane, la puntuale osservanza del le disposizioni sindacali. In ca so contrario, i trasgressori saranno puniti con una sanzione di 500 euro.

Roman ha individuato precisamente i destinatari dell’ordine: i responsabili di tutte le strutture pubbliche di Galzignano – uffici municipali, museo, edifici comunali utilizzati come sedi di associazioni – non ché il dirigente scolastico dell’istituto comprensivo del paese (scuole medie ed elementari) e i referenti della scuola materna e dell’asilo nido comunali.

(Corriere Veneto, via Gilioli)

A coronamento di quanto si è detto

La gentile Giulia ci segnala questo video. E non è giusto che resti lì, muto, fra i commenti. Grazie Giulia!

giovedì 5 novembre 2009

Banane e piselli

Toscani sostiene, in poche parole, che un uomo, un uomo vero, è una banana. E che il bullo è un pisello.
Bene.
Quando vi accorgerete che un uomo è un uomo, e un bullo è un uomo che si crede una banana?

Due pezzi di legno

Se ho ben capito, Leonardo (che è un blogger che normalmente invidio e rendo a tratti oggetto di una morbosa idolatria), sostiene che di quel legnetto appeso al muro della scuola non ce ne dovrebbe fregare poi più di tanto, se non ci crediamo. E il ragionamento fila, perché quei due legnetti ortogonali, quella statuina giallina e malconcia al centro, dovrebbero avere un significato solo se abbiamo Cristo dentro. Esattamente come il battesimo dovrebbe essere poco più che uno spruzzo d'acqua, per chi non ci crede. E insomma, se ti son cadute due gocce d'acqua sulla fontanella, perché fare un gran can-can per sbattezzarsi? Basta non crederci.
Il ragionamento filerebbe in uno Stato che non sentisse nemmeno il bisogno di appenderlo, quel Cristo al muro. In uno Stato che creda fermamente che chi ha Cristo dentro, buon per lui, e chi invece non ce l'ha, faccia un po' come crede.
Leonardo poi sottolinea che la scuola italiana ha ben alti problemi che un crocefisso appeso al muro: che il detto muro non crolli al primo sospiro della terra, per esempio. E su questo sono perfettamente d'accordo.

Quello che non mi trova d'accordo è la sottovalutazione del simbolo. Il credere che un simbolo valga solo per coloro per cui ha significato.
Non è così.
Cristo è lì, appeso al muro. Sopra tutti: sopra le testoline dei ragazzi, sopra la testolina degli insegnanti, sopra la cattedra. Simbolo della nostra tradizione? Palle. Simbolo della mancanza di laicità nello Stato in cui viviamo? Esatto! Che poi si possa discutere sul fatto che per tradizione non siamo uno stato completamente laico, è chiaro, ma ci vorrebbe un trattato, altro che un post.

Cristo è simbolo di se stesso, e del Dio che muore per redimere i peccati del mondo, dello scandalo della sofferenza. Fino a che i cristiani si nascondevano nelle catacombe, forse. E negli edifici pubblici campeggiavano la quercia e la palma, o la pigna degli imperatori.
Poi le cose sono cambiate, e la Chiesa non è stata più quella simpatica banda di liberi pensatori martirizzati, ma è divenuta espressione di un fortissimo potere economico e politico. E la Croce ne è divenuto il simbolo. Potrei anche qui dilungarmi sul fattto che in nome della Chiesa sono morti molti altri poveri Cristi, e in maniera molto peggiore di Cristo, ma anche qui ci sono fior di libroni che possono illuminarvi, se non l'han già fatto.

Il fatto che la Croce, adesso come adesso, è il simbolo di tutto questo. Di questa istituzione che ha potere sulle coscienze e sulle leggi. Sulla politica e l'economia. E la sua longa manus si estende, in forma di legnetti ortogonali, sulle nostre istituzioni, scuola compresa. A ricordarci, sottilmente, chi è che sta in alto.
A voi sta bene? E' vero, non è il primo dei nostri problemi. Ed è vero, possiamo fregarcene. In effetti, possiamo anche fregarcene dei gay, delle coppie di fatto, della RU486 e della legge 194. La Chiesa non se ne fregherà, ma pazienza. Laviamocene le mani, come Pilato.

Ma è così sbagliato pretendere che Cristo diventi davvero un simbolo di fede, per chi ci crede? No? Allora Cristo deve tornare in Chiesa. Uscire dagli edifici statali e tornare nei luoghi di culto. Al suo posto, in classe, teniamo una copia della Costituzione.

Voi dite, sì, ma sono due legnetti in croce, che male ti fannno, che fastidio ti danno? Nessuno. Ma è un simbolo di un'autorità. E non vorrei che fosse proprio anche grazie all'onnipresente Cristo sulle nostre teste che facciamo così fatica a liberarci dalla Chiesa nella nostra politica.
Leonardo dice, se educhi tuo figlio secondo i principi del bieco illuminismo, non saranno due legnetti a sconvolgerlo. Io risponderei che mio figlio sarebbe libero di credere anche in una cosa diversa da quella di sua madre, ma che appunto il fatto di farlo entrare in una classe dove sta sempre appeso un crocefisso mette in discussione la sua completa libertà di credere. E se volessi che mio figlio fosse libero, cercherei di togliere dagli ambienti che frequenta i simboli che potrebbero condizionarlo.
Altrimenti, un giorno qualcuno potrebbe appendere al muro una croce uncinata e sostenere che si trattava di un antico simbolo solare. In fin dei conti, a noi che fa una croce sbilenca e storta, al muro?

Una citazione, poi chiudo, parola di lupetto:

Poi ci sono i pezzetti di legno e non tutti corrispondono alle cose a cui crede
mamma e papà. Vogliamo abolirli a scuola? E quando li incontreranno nella vita,
come si comporteranno?”


Si comporteranno come se non li avessero mai visti: si chiederann0 perché sono lì e si daranno delle risposte. Cosa che non avverrà, se continuiamo a imporre la Croce come simbolo della nostra tradizione, di una cosa che c'è, c'è sempre stata e sempre ci sarà, e non c'è niente da discutere.

martedì 3 novembre 2009

Il simbolo della nostra tradizione


I sette componenti della Corte europea hanno sentenziato che la presenza dei crocifissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente "segno religioso" e, dunque, potrebbe condizionarli. (Repubblica)


Certo, in realtà è evidente che il crocefisso nelle aule è un chiaro avvertimento di 'incrocio con strada secondaria', e che chi non lo interpreta in questo modo è contrario non solo all'espressione della nostra tradizione (condensata in due legnetti inchiodati ortogonalmente), ma anche all'insegnamento dell'educazione stradale a scuola. Il crocefisso adempie egregiamente all'una e all'altra funzione. Mi domando perché la CEI non abbia ancora avanzato questa giustificazione: taglierebbe la testa al toro, una volta per tutte.

Se, come dicono il ministro della Giustizia, dell'Istruzione e della Semplificazione, cotesto ricorda le nostre tradizioni, io chiedo: ma abbiamo davvero bisogno che ci siano ricordate? Voglio dire, noi viviamo in un paese dove ci sono più chiese che lampioni, dove ogni sessanta minuti c'è una campana che attenta seriamente all'incolumità dei nostri timpani, dove si festeggia l'onomastico guardando i santi del calendario, dove la messa viene diffusa urbi et orbi in radio ed in televisione, e, anche non ci fosse tutto questo, un tizio vestito di bianco e i suoi amici neri col cappellino fucsia si permettono di mettere becco in ogni faccenda, e abbiamo bisogno che ai nostri figli sia ricordata la nostra tradizione nelle cinque ore che stanno a scuola, quando il mondo intero gliela ricorda per le altre diciannove che non ci stanno?
E allora, scusate, ricordiamola a tutti, questa nostra benedetta tradizione: togliamo dalle officine italiane il calendario delle veline e sostituiamolo con una bella immagine sacra, magari quella che se la guardi da una parte c'é Gesù, dall'altra la Madonna, e se la guardi da una terza angolazione c'è la Madonna con la barba di Gesù (ché simili articoli di devozione di vendono come il pane).
Imponiamo in ogni ufficio, supermercato, negozio, fabbrica un bel crocifisso, una bella Madonna, la statua del santo patrono (magari quella che diventa blu se c'è bel tempo e rosa se piove, che torna anche utile).
E a fianco, sempre a simbolo e ricordo della nostra tradizione, mettiamoci anche l'immagine di un bel piatto di pastasciutta, una pizza, un poster di Celentano, la gigantografia di Cannavaro ai mondiali 2006... nessuno si batterebbe altrettanto per una riproduzione di Caravaggio, di Giorgione, di Brunelleschi, di Leonardo, Michelangelo. Che pure dovrebbero rappresentare, anche loro, la nostra tradizione.

E allora, cari ministri dell'Istruzione, della Giustizia, della Semplificazione: siate istruiti, giusti, semplici! Che tradizione e tradizione! Si tratta di istruzione, indottrinamento, che quella è una scuola, per Toutatis, e i ragazzini devono riconoscere Cristo morto in croce come segno di autorità, vicino alla cattedra, alla lavagna, esposto lì, a ricordare dove sono e cosa si crede nel posto in cui sono. E che non si facciano venire strani grilli laicisti pel capo! Ditelo, che li volete così, cattolici, e credenti, e rispettosi della croce, dei simboli. E non se ne parli più! E che nessuno ha chiesto ai finlandesi di lasciare la terra di Babbo Natale, i Lapponi e le renne per venire qui e parlare a vanvera.

lunedì 2 novembre 2009

Gomorra. Di Roberto Saviano.

Eh, lo so, che non sono proprio la prima ad arrivare nemmeno stavolta. Ma non si parlerà mai abbastanza di questo volume, che l'amico che me l'ha regalato ha definito 'un libro illuminato'. Ed in effetti, ci vuole una forte illuminazione interiore per mettersi a scrivere un libro del genere, decidendo scientemente di correrne i rischi connessi.

Gomorra è l'intrecciarsi di una rete infinita di storie diversissime, un susseguirsi di minuscoli ritratti accomunati dalla sottile, perversa, banale abiezione del vivere criminale. Un vivere che si veste, è vero, della spettacolarità delle ville di alcuni boss, ma che per lo più si diluisce nel quotidiano, nell'espressione e nell'esistenza di ciascuno. Anche di chi con la camorra, e l'associazione mafiosa, ha poco a che fare, e non ne è colpevole se non nella misura in cui ogni italiano, direttamente o meno, deve una parte del proprio benessere all'azione lontana o vicina della camorra, e della sua imprenditoria clandestina.

Quello costruito da Saviano è un carosello dell'orrore, dell'orrore straordinario dei corpi fatti esplodere nei pozzi, e di quello quotidiano dei rifiuti mal smaltiti, delle tasse non pagate.
Quando sui gionali sentiamo i nomi di Casal di Principe, Secondigliano, Scampia - per lo più collegati ad eventi criminali - non abbiamo, noi che lì non viviamo, che una pallida idea di quello che veramente succede, di come lì si vive. Abbiamo davanti, proprio come vorrebbero certi ministri, solo uno sfocato fermo immagine, un fotogramma che seleziona abilmente quello che dobbiamo vedere, senza farci vedere il vero orrore, quello che ha il nostro nome, quello che non fa rumore, che ci coinvolge tutti. Come quel corpo, fuori da quella salumeria era scavalcato, ignorato, aggirato nell'indifferenza generale di chi preferisce vedere solo il volto dell'assassino, e non l'omertà che lo circonda, così il Sud Italia è un corpo morto, maltrattato, e martoriato, che si può anche fare finta di non considerare cosa nostra. Poi - e per fortuna - arrivano libri come Gomorra a dare una panoramica, la prospettiva dell'intero orizzonte degli eventi.

Quello di Saviano dovrebbe diventare un classico del nostro tempo. Dico dovrebbe, perché ora come ora non è possibile. Un classico, un libro da leggere a voce alta nelle scuole, deve essere un modello non solo - come è - di impegno civile, ma anche di lingua. E lo stile di Saviano non è adatto. Se non fossi cosciente di tirarmi dietro le ire degli ammiratori di questo giovane giornalista (il cui coraggio, la cui determinazione, il cui intento io ammiro per prima, intendiamoci) direi che la sua prosa non solo non fa di lui un buon giornalista, ma che farei fatica ad accettare in un tema di maturità: ripetizioni, imprecisioni, disordine formale, una punteggiatura che spesso non è a posto, frasi ridondanti e spesso infarcite di espressioni banali, trite, abusate. E non dite che faccio la maestrina, che quello è giornalista, ed è responsabile del buon parlare degli italiani come e più di un docente.

Il libro di Saviano è talmente immediato che sembra la brutta copia di se stesso. Che sembra essere stato scritto così, di getto, e subito dato alle stampe, senza il consiglio di un editor, un correttore di bozze... E capirei se la casa editrice fosse la Pinco Pallino s.p.a., ma qui leggo 'Mondadori', non mi sembrano proprio gli ultimi arrivati. Insomma, ci vuole una pulita.
E ci vuole anche un'altra cosa (e forse qui sarò veramente sola): le fonti! Le note a piè di pagina, a fine del libro, dove cavolo vi pare, che indichino le fonti di giornali, articoli di cronaca, quando ci sono. Che mostrino oltre al lavoro 'sul campo', anche tutto il lavoro di archivio e di consultazione che sicuramente l'autore avrà fatto, che diano l'idea di come l'indagine di Saviano sia stata profonda, accurata. Che facciano vedere che la cosa era proprio tra le pagine dei giornali, spezzettata in migliaia di parole, che il giornalista è riuscito a ricomporre.

Così sistemato, io credo, il libro sarà una bomba. Così com'è, è un'opera incompiuta.

domenica 1 novembre 2009

La vita è meravigliosa: il nuovo reality

Discutevo ieri con N., e ci è venuta una proposta per il palinsesto Rai, o Mediaset, o di chi se lo piglia: un nuovo reality, che ho deciso di intitolare La vita è meravigliosa.

Allora, si prendono alcuni rappresentanti della classe dirigente italiana, deputati, come quelli che non si presentano a votare quando serve, ministri, senatori, gente così. Gente che ha la responsabilità del paese e che, abbiamo visto, è abituata ad un certo tenore di vita.
Sono, per novanta giorni, privati della loro rendita, della famigerata diaria, e trasferiti dalla loro magione abituale.

A sorte, dovranno interpretare diversi ruoli, con delle situazioni prestabilite:

a) Il padre/la madre di famiglia: il concorrente dovrà, per tre mesi, prendersi cura di una famiglia fittizia, composta da un consorte e da un bambino in età scolare (entrambi attori messi a disposizione dalla produzione). Avrà a disposizione 2500 euro al mese, cifra che gli deriverà dal lavoro della compagna, e dal suo: sono entrambi lavoratori precari. In tre mesi, tornato dal lavoro, il nostro dovrà occuparsi della famiglia, e di far quadrare i conti: affitto, bollette, spese usuali ed impreviste (un guasto alla macchina, spese dentistiche del pargolo, la caldaia malfunzionante) e cercare di mantenere il conto in attivo.

b) L'anziano pensionato: il concorrente, meglio se piuttosto anziano, con una pensione di 1000 euro al mese, dovrà, per novanta giorni, affrontare le spese, le bollette, l'affitto; rispettando i più biechi cliché, il nostro dovrà spostarsi a piedi, in autobus o in bicicletta per una metropoli, abitare all'ultimo piano di un vecchio condominio senza ascensore, e provvedere a coprire le spese di una badante. Il bilancio non dovrà essere passivo.

c) Il proprietario di una piccola impresa: il concorrente sarà a capo di una piccola impresa, o proprietario di un negozio. Il budget sarà più ampio, vero, però ci saranno i dipendenti da mettere in regola e pagare, il commercialista da retribuire, come le tasse, i fornitori. Il concorrente sarà altresì chiamato a relazionarsi con la banca, della quale avrà da pagare il mutuo, e ad effettuare anche degli investimenti, perché la crisi, si sa, è finita. Il tutto, ovviamente, restando lontano dall'evasione fiscale e dal bilancio in passivo.

d) Lo studente fuori sede: si torna all'università! Il conocorrente abituerà in un appartamento condiviso e con 500 euro al mese dovrà mantenere le gioie della vita universitaria: il cibo, i libri, i trasporti. Tra aule sovraffollate, spazio per studiare inesistente, esami da preparare, una media da mantenere, magari qualche lavoretto in nero per gli extra.

e) ...

Chi più ne ha, più ne metta (ci sono i commenti, sbizzarritevi). Il tutto si svolgerà ovviamente davanti alle telecamere, sugli schermi della nazione intera. La giuria sarà composta dai rappresentanti delle categorie in gioco, padri e madri di famiglia, precari, pensionati, piccoli imprenditori, studenti ecc... Sarà possibile televotare da casa, ovviamente.
Chi vincerà? Chi riuscirà nella difficile impresa di sopravvivere e riuscirà ad affermare, col sereno sorriso sulle labbra 'la vita è meravigliosa!'. C'è la possibilità, solo teorica, che vi sia più di un vincitore: ma non è un'eventualità realistica... Cosa vincerà? La nostra incondizionata stima, e quindi il sostegno dell'elettorato. L'unica cosa che conta, no?

Revolutionary Road. Di Sam Mendes.

Cosa sarebbe successo se Jack Dawson non fosse annegato nelle gelide acque dell'oceano, quella notte di aprile del 1912?
Se lui e Rose si fossero sposati, coronando il loro sogno d'amore, magari aiutati dall'energica Molly Brown/Kathy Bates, improvvisatasi agente immobiliare?

Beh, ecco, aggiustando un po' le date, sarebbe venuto fuori Revolutionary Road. Dove April e Frank, negli anni '50 dell'America del boom economico, pur detestando la vita piccolo borghese della famiglia e della bella casa finiscono per entrarci, e per cercare di evaderne, un'ultima volta. Un film, forse l'ennesimo film, sull'illusione del sogno americano. E io mi chiedo, personalmente, quante siano le vittime che Hollywood ha consacrato alle discrasie del sogno americano.

Come avrete capito, forse, il film, che pure non è un brutto film, parte da idee non molto originali. Il personaggio di Leonardo di Caprio non è granché, gira tutto attorno a Kate Winslet, che tiene l'intera scena e che è il vero personaggio centrale della vicenda. Apprezzabili sono anche il personaggio, di scarsa presenza sulla scena ma importante nell'economia della storia, del matto John - la coscienza di Frank e April, che urla e non viene ascoltata - e la ricostruzione degli ambienti. Anche la scenografia è ben architettata: la routine asfissiante della vita degli impiegati, della famiglia borghese nella sua piatta noia di ogni giorno, è riprodotta con delle movenze quasi di musical senza musica, dove tutto sembra funzionare come un orologio, ma è un orologio senza senso, il cui ticchettio copre il vuoto esistenziale, le frustrazioni e la repressione che si celano sotto pettinature cotonate e sorrisi.

Carne da web

Io non so se, al posto di Stefano Cucchi, avrei piacere di vedere le foto dei miei poveri e maltrattati resti pubblicate da questo e da quello in giro per la rete.
Penso che al povero Stefano Cucchi, in realtà, in questo momento interessi anche poco, perché nessuno potrà restituirgli la vita, e restituirlo alla famiglia.
E se siamo dispiaciuti e addolorati della sorte di Stefano, e chiediamo giustizia, per lui e per tutte quelle vittime più o meno certe, più o meno note, la cui morte è connessa alle forze di polizia, dobbiamo pensare alla famiglia. Che ha deciso, certamente mossa dal dolore, dalla rabbia e dall'impotenza, di pubblicare le foto del cadavere del proprio figlio. Attraverso il sito dell'associazione A buon diritto.

Ora, io non voglio giudicare questa decisioni, certamente finalizzata al desiderio strenuo e coraggioso di una famiglia stravolta dal dolore, di denunciare, di informare, di gridare, di capire. Ma adesso le foto sono lì. Online. Lo saranno per sempre. Sul sito dell'associazione di cui sopra, ed in molti altri posti. Brianzapopolare. Metilparaben. Cnrmedia. Tubiamo.net con tanto di video su You Tube, dove fa uno strano effetto vedere il volto tumefatto del cadavere e sulla colonnina a sinistra titoli come 'Simona Ventura senza mutande', 'Marcuzzi e il sexy würstel', 'Belen Rodriguez nuda'. Solo per cominciare.

Non dite che sto dicendo che voglio dimenticare vicende come quella di Stefano Cucchi. Non è vero, non è così. Apprezzo anche il coraggio della famiglia, alla quale certamente in questi giorni mancherà il tempo per lenire - e non si può - il proprio dolore. Contesto però l'iniziativa, la proposta di 'A buon diritto', e soprattutto il mezzo. Internet è un grande bidone dove c'è di tutto. Mescolato, una melma di cose, notizie, testi foto. Che ciascuno può riutilizzare e manipolare. Chiunque può prendere la foto di Stefano e mettersela come wallpaper. C'è chi lo fa. Chiunque può montarci su un video, da far vedere gli amici la notte di Halloween. Sapevate, vero, che esistono siti come Rotten? Tra qualche anno, le foto di Stefano finiranno in posti del genere? Ne sarà valsa la pena? Io non lo so.