E' un pochino che rifletto su quanto la nuova modalità di scrivere, che si appoggia sempre di più alla tecnologia informatica, stia cambiando radicalmente non solo il nostro modo di comporre uno scritto, ma anche la sua futura sopravvivenza.
Premetto che parlo da semiprofana, ossia da persona che del computer ha un uso che definirei medio: quindi, con competenze limitate, e con una scarsa capacità di riparazione alle catastrofi che la mia stessa incapacità spesso causa. Questo per dire che - come sempre - il dibattito si apre e potete dirmi che scrivo delle assurde idiozie; epperò io vi potrei rispondere che sì, se scrivo delle idiozie, sono le idiozie che scriverebbe la media delle persone che usa il computer, e che siccome è proprio questa media a creare e a portare avanti nel tempo quel che resta di una civiltà, è quindi su quella dobbiamo basarci. Ed anche su questo tornerò, forse, in un altro post, proprio per smentirmi. Ma andiamo avanti.
Dicevo, quando si scrive un testo che dovrebbe essere un po' il nostro testamento spirituale (o una cosa che presumiamo sia tale) ossia una tesi di laurea, un racconto, un romanzo, un post su un blog, ecc... di solito non lo facciamo in una sessione sola. Ciò significa che su quel testo torneremo più e più volte, apportandovi modifiche e cambiamenti.
Una volta questi cambiamenti avvenivano su carta, o pergamena, o ancora più indietro su papiro. Almeno in teoria. Ciò significa che lo scrittore ad un certo punto, stizzito, tornava su quanto aveva scritto, tirava una bella riga, strappava il foglio, lo cestinava, e andava avanti.
O magari, più discretamente, vi scriveva un appunto a margine, usava asterischi, e quindi la vecchia e la nuova redazione arrivavano a coesistere, su supporti diversi (come due porzioni distinte di materiale scrittorio, di cui una appallottolata nel cestino della carta straccia) o sullo stesso supporto, in diversi punti dello stesso.
In realtà, non andava sempre così: nell'antichità la cosiddetta 'brutta copia' si faceva, a volte, su una tavoletta coperta da uno strato di cera: il solco lasciato dallo stilo sulla cera, la scrittura, poteva essere cancellato semplicemente ristendendo la cera con l'aiuto della parte posteriore dello stesso stilo, una palettina che aveva la funzione della gomma dietro la matita.
Solo la 'bella' si portava su papiro: certo, che si poteva sempre scrivere su papiro qualcosa che poi andava ulteriormente migliorato, ma il papiro, anche se cresceva sul bordo dei fossi, non era materiale tanto a buon mercato da poterne scialare.
Anche la pergamena era un materiale prezioso (voi pensate che per un foglio 50x80 cm circa ci voleva una pecora: il che vuol dire che per un grosso messale, per esempio, si doveva scuoiare un intero gregge): se lo scritto che portava o non andava bene o non serviva più, esso veniva raschiato via, ottenendo una superficie che, se non proprio ideale, poteva accogliere di nuovo la scrittura. Tra parentesi, tante opere di letteratura antica ce le siamo giocate in questo modo: a volte si riesce a recuperarle, e questi testimoni della loro esistenza si chiamano
palinsesti dal greco παλιν 'palin' 'di nuovo; ancora' ψαν, 'psan' 'raschiare'*. C'è anche da dire che questo recupero, che oggi si fa coi raggi UV, se non erro, e non deteriora il supporto, una volta (nell'Ottocento, anni in cui si sono fatti i più grandi progressi, e a volte i più grandi danni, nella disciplina filologica) si faceva cospargendo abbondantemente la pergamena di acidi che poi hanno lasciato, col tempo, una bella macchia scura sui palinsensti faticosamente recuperati. Col risultato che ce li siamo giocati anche così.
Con la carta, lo sappiamo, la brutta copia si può fare a matita, che poi può essere cancellata.
E con il computer? Con il computer basta un clic: il tasto 'canc', il backspace, la funzione 'delete', e non solo una riga, non solo una pagina, ma magari un intero documento, composto da migliaia di tracce elettroniche, va in fumo.
I più esperti di voi mi diranno: i file cancellati non sono del tutto irrecuperabili. Certo, a smanettarci. Ma la gente comune come fa a recuperare il proprio scritto erroneamente cancellato, senza ricorrere ad una provvidenziale copia di back up, o al Ris di Parma?
Senza contare che voi date per scontato che un file cancellato, prima, fosse stato salvato. Ma che dire di un file che non viene salvato? O di un file ove solo un paio di rielaborazioni sono recuperabili?
Quello che sto dicendo è che il computer ha reso facile e immediata un'operazione, quella della correzione e della rielaborazione di un testo, a costo di facilitare la perdita dei passaggi provvisori.
La pressione su un tasto è cosa ben diversa, più laboriosa e difficile, di ristendere la cera con la palettina, grattare la pergamena con la pietra pomice. Anche strappare un foglio, o cancellare una riga a matita.
ora, possiamo avere facilmente infinite copie di uno stesso file, realizzabili in pochi istanti su diversi supporti (un cd, una penna usb, un dvd, un archivio in rete), ma difficilmente, a meno di non pensarci attivamente, avremo a disposizioni i file con le versioni provvisorie del nostro lavoro.
Voi direte 'embé'? In effetti, il più delle volte del provvisorio non sappiamo che farcene.
Ma immaginiamo: immaginiamo di scrivere un racconto, di avere un'idea folgorante, di buttarla giù trepidanti in una notte di lavoro febbrile, e poi, nel fare la famosa copia di back up, fare la gran cazzata di copiare il contenuto della pennetta usb con il back up del giorno prima sul nuovo file, invece che fare l'inverso.
Cosa significa? Significa che non potremmo rovesciare il cestino della carta ove abbiamo gettato, per errore, il foglio sbagliato. Non potremmo fare nulla. Non potremmo in alcun modo recuperare il lavoro della notte più produttiva della nostra vita, le ombre di quella fantastica idea che una notte insonne, il cielo stellato, e un bicchiere di rhum in più ci avevano ispirato. Potremmo solo cercare di ricostruirle. Ma si sa, che le idee migliori bussano sempre una volta sola.
E quindi, la pagina migliore della letteratura del decennio, o semplicemente, la prova migliore che riconosciamo a noi stessi, saranno un confuso ricordo di bit, non più ricomponibili.
* I grecisti in ascolto mi scuseranno, ma non ho ancora capito come mettere spiriti e accenti nei post; chiedo venia.