venerdì 20 novembre 2009

Ritorno al futuro. Sì, al futuro anteriore

Leggo con un certo sgomento questa notizia sul Corriere: nell'assunzione di nuovo personale alla Banca di Credito Cooperativo di Roma,

a parità di curriculum, capacità, intelligenza il figlio del dipendente è probabile che venga preferito


come sostiene il vicedirettore Mauro Pastore.

La nuova idea è quindi un incentivo al ritorno delle professioni familiari di medievale memoria: questo perché, continua Pastore,

è chiaro che chi ha un familiare che da anni lavora con noi, ha una maggiore conoscenza e dimestichezza con il nostro modo di lavorare, per noi quello è un canale preferenziale

Tutti entusiasti, a quanto sembra. In tempi di crisi come questi, avere un posto perché il tuo babbo l'ha avuto prima di te sembra la manna dal cielo. Valutare l'intelligenza degli individui io credo sia un'impresa difficilmente realizzabile in seno ad un colloquio di lavoro. Ma almeno, se stiamo cercando un lavoro, significa che di nascere siamo stati capaci.

Poi ci si chiede come ci si regoli se il dipendente ha due figli, con pari requisiti, capacità, e intelligenza (per quel che si può dire: poi ci sarà sicuramente chi dirà che le donne sono geneticamente più sceme degli uomini, e ne farà un criterio di discriminazione): magari l'incarico andrà al maggiore, anche se solo di un anno: ha avuto più tempo per assimilare le dinamiche e le strategie della Banca, mentre faceva i suoi bravi vomitini neonatali sulla spalla di papà o di mamma, mentre il fratello/la sorella perdeva tempo sulle nuvolette, tra le cicogne e sotto i cavoli. Quindi, perché non ripristinare il diritto di primogenitura?
Vedrete, ancora qualche anno, e il primo figlio avrà l'impiego del padre, la secondogenita o farà la velina e si mariterà con un calciatore o andrà in convento, e l'ultimo figlio partirà soldato di ventura. Come ai bei tempi andati.

Scherzi a parte, trovo che questa nuova strategia che di fatto legalizza il nepotismo sia pericolosa. Perché straordinariamente duttile.
Insomma, pensiamo al pubblico impiego: un figlio di un insegnante che voglia fare l'insegnante, certamente, a parità di requisiti, saprà fare l'insegnante meglio, perché avrà fatto i suoi primi scarabocchi sul retro delle fotocopie dei compiti in classe dati dalla mamma.
Il figlio di un medico laureato in medicina saprà fare meglio il medico, avendo giocato chissà quante volte con lo stetoscopio del papà.

Ma che razza di ragionamento è?

Ok, voi mi direte, si tratta di una banca sola (per ora), sei una profetessa di ipotetiche apocalissi. Vero, magari, e me lo auguro, forse non sarà così più di quanto non succeda già sottobanco, ma la cosa è ignobile. Perché, se si parla tanto di meritocrazia, di libertà, di competitività, che poi un'assunzione avvenga su base anagrafica mi sembra una bella contraddizione. Un passo indietro. Ed un disincentivo a cercare la propria strada, per un giovane. Mettiamo che questo sistema prenda piede davvero: quale sarà la motivazione che un giovane dovrà trovare per scegliere la propria strada? quale sfida sarà, in questi tempi neri, quella di abbandonare un posto sicuro, come quello di papà, per guardare all'ignoto?

Vanitas vanitatum omnia vanitas

A suggello della discussione tecnofilolologica di cui sopra, anzi, di cui sotto, vi lascio una frase che Giacomo mi ha lasciato nei commenti, e che secondo me è una degna 'morale della favola'.
Grazie, Giac! (ti secca se ti chiamo Giac? Spero di no!).

In realtà, perdere tutto ogni tanto è un toccasana, perchè aiuta a riguardare a ciò che si è fatto con una nuova prospettiva.

giovedì 19 novembre 2009

Gli Angeli(ni) ridono

Il Guardasigilli Angelino Alfano ha infatti circoscritto all'1% dei processi pendenti il numero di quelli che andranno in prescrizione per effetto del disegno di legge Gasparri.


... anzi, ad essere precisi, soltanto UN processo cadrà in prescrizione.

Indovinate: quale?

Letterati adesso: la scomparsa del provvisorio. Ovvero, di come saremo ricordati solo per l'ultima cosa che abbiamo fatto

E' un pochino che rifletto su quanto la nuova modalità di scrivere, che si appoggia sempre di più alla tecnologia informatica, stia cambiando radicalmente non solo il nostro modo di comporre uno scritto, ma anche la sua futura sopravvivenza.
Premetto che parlo da semiprofana, ossia da persona che del computer ha un uso che definirei medio: quindi, con competenze limitate, e con una scarsa capacità di riparazione alle catastrofi che la mia stessa incapacità spesso causa. Questo per dire che - come sempre - il dibattito si apre e potete dirmi che scrivo delle assurde idiozie; epperò io vi potrei rispondere che sì, se scrivo delle idiozie, sono le idiozie che scriverebbe la media delle persone che usa il computer, e che siccome è proprio questa media a creare e a portare avanti nel tempo quel che resta di una civiltà, è quindi su quella dobbiamo basarci. Ed anche su questo tornerò, forse, in un altro post, proprio per smentirmi. Ma andiamo avanti.

Dicevo, quando si scrive un testo che dovrebbe essere un po' il nostro testamento spirituale (o una cosa che presumiamo sia tale) ossia una tesi di laurea, un racconto, un romanzo, un post su un blog, ecc... di solito non lo facciamo in una sessione sola. Ciò significa che su quel testo torneremo più e più volte, apportandovi modifiche e cambiamenti.

Una volta questi cambiamenti avvenivano su carta, o pergamena, o ancora più indietro su papiro. Almeno in teoria. Ciò significa che lo scrittore ad un certo punto, stizzito, tornava su quanto aveva scritto, tirava una bella riga, strappava il foglio, lo cestinava, e andava avanti.
O magari, più discretamente, vi scriveva un appunto a margine, usava asterischi, e quindi la vecchia e la nuova redazione arrivavano a coesistere, su supporti diversi (come due porzioni distinte di materiale scrittorio, di cui una appallottolata nel cestino della carta straccia) o sullo stesso supporto, in diversi punti dello stesso.

In realtà, non andava sempre così: nell'antichità la cosiddetta 'brutta copia' si faceva, a volte, su una tavoletta coperta da uno strato di cera: il solco lasciato dallo stilo sulla cera, la scrittura, poteva essere cancellato semplicemente ristendendo la cera con l'aiuto della parte posteriore dello stesso stilo, una palettina che aveva la funzione della gomma dietro la matita.
Solo la 'bella' si portava su papiro: certo, che si poteva sempre scrivere su papiro qualcosa che poi andava ulteriormente migliorato, ma il papiro, anche se cresceva sul bordo dei fossi, non era materiale tanto a buon mercato da poterne scialare.

Anche la pergamena era un materiale prezioso (voi pensate che per un foglio 50x80 cm circa ci voleva una pecora: il che vuol dire che per un grosso messale, per esempio, si doveva scuoiare un intero gregge): se lo scritto che portava o non andava bene o non serviva più, esso veniva raschiato via, ottenendo una superficie che, se non proprio ideale, poteva accogliere di nuovo la scrittura. Tra parentesi, tante opere di letteratura antica ce le siamo giocate in questo modo: a volte si riesce a recuperarle, e questi testimoni della loro esistenza si chiamano palinsesti dal greco παλιν 'palin' 'di nuovo; ancora' ψαν, 'psan' 'raschiare'*. C'è anche da dire che questo recupero, che oggi si fa coi raggi UV, se non erro, e non deteriora il supporto, una volta (nell'Ottocento, anni in cui si sono fatti i più grandi progressi, e a volte i più grandi danni, nella disciplina filologica) si faceva cospargendo abbondantemente la pergamena di acidi che poi hanno lasciato, col tempo, una bella macchia scura sui palinsensti faticosamente recuperati. Col risultato che ce li siamo giocati anche così.
Con la carta, lo sappiamo, la brutta copia si può fare a matita, che poi può essere cancellata.

E con il computer? Con il computer basta un clic: il tasto 'canc', il backspace, la funzione 'delete', e non solo una riga, non solo una pagina, ma magari un intero documento, composto da migliaia di tracce elettroniche, va in fumo.
I più esperti di voi mi diranno: i file cancellati non sono del tutto irrecuperabili. Certo, a smanettarci. Ma la gente comune come fa a recuperare il proprio scritto erroneamente cancellato, senza ricorrere ad una provvidenziale copia di back up, o al Ris di Parma?
Senza contare che voi date per scontato che un file cancellato, prima, fosse stato salvato. Ma che dire di un file che non viene salvato? O di un file ove solo un paio di rielaborazioni sono recuperabili?

Quello che sto dicendo è che il computer ha reso facile e immediata un'operazione, quella della correzione e della rielaborazione di un testo, a costo di facilitare la perdita dei passaggi provvisori.
La pressione su un tasto è cosa ben diversa, più laboriosa e difficile, di ristendere la cera con la palettina, grattare la pergamena con la pietra pomice. Anche strappare un foglio, o cancellare una riga a matita.
ora, possiamo avere facilmente infinite copie di uno stesso file, realizzabili in pochi istanti su diversi supporti (un cd, una penna usb, un dvd, un archivio in rete), ma difficilmente, a meno di non pensarci attivamente, avremo a disposizioni i file con le versioni provvisorie del nostro lavoro.

Voi direte 'embé'? In effetti, il più delle volte del provvisorio non sappiamo che farcene.
Ma immaginiamo: immaginiamo di scrivere un racconto, di avere un'idea folgorante, di buttarla giù trepidanti in una notte di lavoro febbrile, e poi, nel fare la famosa copia di back up, fare la gran cazzata di copiare il contenuto della pennetta usb con il back up del giorno prima sul nuovo file, invece che fare l'inverso.
Cosa significa? Significa che non potremmo rovesciare il cestino della carta ove abbiamo gettato, per errore, il foglio sbagliato. Non potremmo fare nulla. Non potremmo in alcun modo recuperare il lavoro della notte più produttiva della nostra vita, le ombre di quella fantastica idea che una notte insonne, il cielo stellato, e un bicchiere di rhum in più ci avevano ispirato. Potremmo solo cercare di ricostruirle. Ma si sa, che le idee migliori bussano sempre una volta sola.
E quindi, la pagina migliore della letteratura del decennio, o semplicemente, la prova migliore che riconosciamo a noi stessi, saranno un confuso ricordo di bit, non più ricomponibili.

* I grecisti in ascolto mi scuseranno, ma non ho ancora capito come mettere spiriti e accenti nei post; chiedo venia.

mercoledì 18 novembre 2009

Grandi ritorni: wonderphilology

Rieccovi qua la vostra Ipazia Sognatrice preferita!
Sono stati giorni duri, ma alla fine, grazie ad un modem nuovo, e soprattutto al mio amico A. che ha avuto la pazienza di mettere le mani sulla situazione informaticamente allucinante di questa casa, sono di nuovo connessa con il mondo.
Per riassumere, diciamo che prima il gestore telefonico, e poi il modem del gestore telefonico mi avevano abbandonata. Quindi, traslatamente, era sempre colpa del mio gestore telefonico.

Devo anche dire che questi giorni di astinenza mi sono riusciti utili: in quella famosa casa della Normandia dei miei sogni potranno anche mancare le ortensie blu e forse, dico forse, potrei rinunciare alla vista sul mare, ma all'adsl no, non si discute. Anche perché ormai un buon 80% della mia vita gira su internet, tra la posta elettronica, il blog, google books etc.
Se e quando il digitale terrestre arriverà nel verde Veneto, probabilmente non me ne accorgerò nemmeno. Ma decisamente, stare con un computer scollegato anche solo per qualche ora mi fa sentire persa come se fossi attaccata a un relitto in mezzo all'Atlantico.

Bene, di che parliamo oggi? Di filologia, di tette, e di femminismo. Pronti?
Qualche tempo fa scrissi un post, e questo post, anche se non ve l'ho detto, parlava di filologia. Ebbene sì, questa cosa, che prende il nome dall'amore per le parole, è che sostanzialmente una disciplina che studia l'origine e l'interpretazione dei testi, di ogni tipo di testo possibile, e, eventualmente, della loro restituzione alla forma più vicina a quella originale che sia ricostruibile. Di questa disciplina fanno parte anche gli studi di storia del testo che, per quanto riguarda l'antichità, si può velocemente riassumere nel modo che avete potuto vedere.

La cosa che mi ha stupito di più è che questo post, scritto un po' per gioco, ha riscosso un interesse inaspettato. La cosa mi ha fatto piacere, ma mi ha anche dimostrato che forse la filologia può non essere solo quella barbosissima cosa di cui non si interessa nessuno. E che, con le dovute precisazioni (è sempre un argomentino piuttosto tecnico), si può raccontare anche in un blog semiserio come questo. Ripeterò l'esperimento, e mi direte come va.

Sento già un brusio alzarsi tra le virtuali prime file dei miei ascoltatori: 'E le tette? Quando parla di tette?' Ci arrivo immediatamente.
Ma prima un aneddoto marginale, per rinfrancar lo spirito. Questa storiella è vera, mi fu raccontata da un mio compagno di studi. Si era a scuola, e una sua compagna era interrogata su Cavalcanti. Dovendo descrivere il contenuti di una certa ballata del celebre poeta, l'allieva era alquanto in difficoltà: alla domanda del professore, che non capiva la reticenza dell'interrogata, la ragazza rispose che il poeta celebrava coloritamente il seno della donna amata, cosa che la metteva in forte imbarazzo. Il professore non capiva, ma l'equivoco si spiegò quando fu chiarito che la ragazza aveva letto male l'apostrofe alla ballatetta del Cavalcanti. Ed ecco che con una 'a' che diventa una 'e', una piccola ballata diventa uno schietto complimento a un seno sodo!
Ed ecco come, a essere filologi, anche le cose più piccanti si rivelano essere dei grossolani errori di spelling.

Ed ora torniamo a noi: ve la immaginate una Paris Hilton con due lauree, in filologia russa e in filologia inglese? No? Eppure esiste!
Si chiama Marina Orlova, ha 29 anni, è russa e vive a Beverly Hills. Registra con una webcam dalla sua residenza californiana il programma Hot for words (da cui recentemente è stato tratto un libro). D, il settimanale di Repubblica del femminismo d'oggi (???) le ha dedicato un servizio la scorsa settimana (n° 14). In questo servizio, come nel suo sito, Marina passa per una supergnocca col pallino dell'etimologia. E se nell'intervista su D si dice che pur giocando con l'immagine dell'insegnante hot le sue lezioni sono divertenti e la gente poi torna per imparare (che idea romantica che hanno di internet, quelli di D!), guardando i video di questa bellissima ragazza si pensa che due lauree in filologia siano davvero sprecate.
Io me li immagino decine di studenti davanti al pc, quando si immaginano quale sarebbe il job ideale per questa ragazza che, alternando una scollata mise ad uno striminzito bikini, cerca di spiegare le radici dell'inglese antico. Andiamo! Al massimo, quando uno vede un video del genere, si chiede cosa diavolo sia quel fastidioso ronzio che esce da quelle labbra perfettamente glossate, e quando finalmente scopre che cos'è, sollevato, sospira: 'Ma guarda! Sa anche l'inglese!'.

Io non penso che la signorina Orlova sia stupida. Anzi: sa sicuramente il fatto suo, e sa che due lauree non valgono, per attirare l'attenzione, quanto un bel decolleté. Certo, si potrebbe anche dirle che, a questo punto, avendo un bel decolleté, le lauree poteva anche tenersele in tasca.

Il che, alla fine, arriva al punto di cui volevo veramente parlare: ma voi uomini non siete stufi? Dico, questa ragazza, che avrebbe sicuramente le carte e la passione per fare qualcosa di serio delle sue competenze filologiche, è certa che voi l'ascolterete, o almeno le darete attenzione, pubblicità, riconoscimento, soprattutto perché è una bionda da favola. Dico, non vi sentite sviliti? Quella vi compra con un push up, dannazione! E noi subito a dire che la donna-oggetto là e la donna-oggetto qua, ma alla fine, se con questi oggetti vi si compra così facilmente, direi che dovremmo parlare di un femminismo che è nuovo perché è vecchio come il mondo. Un femminismo che è un'oggettivizzazione, che ha degli enormi rischi, ma che di fatto si fa comprare e mettere su un piedistallo.
Perché state sicuri che, anche fossi la più grande filologa della terra, e pubblicassi la più dotta monografia sul più complicato degli argomenti, non raggiungerei mai le vendite e la notorietà di un libro con una copertina simile. E alla fine io potrei anche essere una donna che potrete dire intelligente, realizzata, femminista, se volete. Ma quella che veramente vi compra perché si fa comprare è lei: la bionda sexy per le parole.
Non è, tutto sommato, un po' poco onorevole, anche per voi uomini, tutto ciò?

martedì 17 novembre 2009

Evitare gli sprechi

Gheddafi a Roma: 200 ragazze ed un premier ad accoglierlo.

Proprio perché il papa aveva detto di evitare gli sprechi, se no chissà quante ne avrebbero ingaggiate.

Comunque, per non sentire la voce del Santo Padre, basta non invitarlo.

Ah, avrei una domanda per Tremonti: ma le 200 gnocche sono una voce della Finanziaria, o almeno quelle ve le pagate di tasca vostra, voi dell'élite?

Black out: giorno 3

La tenutaria del blog manifesta già da parecchio i sintomi di una seria crisi d'astinenza da internet.
Ilmattinohal'oroinboccaIlmattinohal'oroinboccaIlmattinohal'oroinboccaIlmattinohal'oroinboccaIlmatt

lunedì 16 novembre 2009

Le comunicazioni riprenderanno il più presto possibile

Il mio gestore telefonico mi ha lasciata a piedi.

sabato 14 novembre 2009

Lingua morta. Anche la giustizia non sta troppo bene.

Un'insegnante ha dato questa versione ai suoi alunni.

Tribunal Italicus, cuius munus est de legum communium congruentia cum lege suprema iudicare, sollemniter constituit legem nomine ministri Alfano appellatam, qua quattuor summi magistratus ante iudices per totum mandatum deferri non possint, legi supremae incongruam esse. Quare Silvius Berlusconi, minister primarius Italorum, in ius vocabitur corruptelae, fraudis et adulterationis accusatus: qui se dixit minime magistratu se abdicaturum esse et iudices et rei publicae praesidentem accusavit, quod sinistrae parti faveant. (via D-Avanti).

Mi permetto di aggiornare, aggiungendo un nuovo capoverso.

Sed alteram legem Ghedini, Silvii Berlusconi callidus defensor, repente paravit, ut quam difficile sit, unquam primarium ministrum Italorum Silvium Berlusconi vere et certe in ius vocaturum esse.

La scoperta dell'acqua

Ma sono l'unica a non eccitarsi particolarmente perché sulla luna hanno trovato l'acqua? Cioé, avessero trovato una fila di omini verdi che bevevano tequila, capirei, ma che mi interessa avere la conferma che il nostro pianeta non è l'unico ove sia possibile l'esistenza dell'acqua? Come se con tutti i pianeti e pianetini che ci sono, 'sta cosa non si potesse se non altro immaginare.

Ok, oggi sono di umore decisamente malmostoso.

Uomini e cani

Premessa: a me piacciono i cani, gli animali in generale. Mi dispiace che soffrano, mi indigna il fatto che siano maltrattati, fatti oggetto di soprusi e prevaricazioni. Trovo criminali coloro che li maltrattano, per semplice gusto della violenza come per arte (?).

Poi, c'è uno pseudoartista che, pare, abbia esposto un cane lasciato senza cibo o acqua ad una biennale dell'arte. Provate a googlare 'lasciar morire un cane per arte' o 'Habacuc Vargas', e vedrete un sacco di siti indignati, di maledizioni telematiche, di petizioni. Per una cosa che non si sa nemmeno se sia vera. O se sia solo una dimostrazione che siamo tutti, in fondo, degli ipocriti.

Ipocriti? Certo. In questi giorni, sul sito di uno dei nostri maggiori quotidiani (sezione 'Esteri', la stessa che parla degli attentati kamikaze, per dire), si parla di una 'mobilitazione popolare' di cittadini di New York, indignati per l'eutanasia di una cagnetta sottoposta a maltrattamenti, e in conseguenza di questi diventata 'troppo aggressiva' (a dire la verità il NYTimes, la 'questura', in questo caso parla di 'dozzine di cittadini; che su una città di milioni di abitanti non è 'sto granché).

Mi dispiace immensamente per Oreo, e per tutti gli animali sottoposti a maltrattamenti (compresi quelli che vanno al Circo di Rai Uno, al palio di Siena, alle corride in Spagna). Ora a New York ci sono più di 37000 homeless (dati del Department Homeless Service di NY). Nonostante sia chiaro che la città di New York faccia - evidentemente - almeno qualcosa per affrontare il problema, c'è da dire che ben raramente l'attenzione mediatica si concentra su di loro. Una notizia di un cane maltrattato attraversa l'oceano, quella di 37000 persone senza casa, a dormire sui cartoni, solo raramente, magari sotto Natale.

Per non parlare delle migliaia di bambini nel terzo, quarto, quinto mondo, che muiono di fame o di malattie curabilissime sotto i nostri occhi. Senza aver quasi l'onore di una riga sul giornale.
In quanti giornali del mondo sarà rimbalzata la notizia della morte di Cucchi, per dire? Non mi pare, per contro, che i nostri giornali ci riportino il necrologio di ogni persona giustiziata nel mondo.

Però un cane maltrattato - povera bestia - vero - come Oreo - o falso che sia - come pare lo fosse il randagio senza nome di Vargas - fa notizia ai quattro angoli del globo.

Se questa è - a suo modo - una buona notizia per i cani, non lo è per gli uomini.

In che mani siamo

Posso dire una cosa impopolare? L'appello di Saviano al premier perché ritiri il famoso ddl sembra scritto da un bambino delle medie.

Detta la mia cattiveria quotidiana, è anche necessario dire che le cose che ha scritto Saviano le pensiamo più o meno tutti, in forma più o meno articolata. Resta qualche dubbio sull'efficacia di rivolgersi direttamente proprio al premier, le cui costanti lampade gli hanno fatto assumere un incarnato sempre più vicino al colore del bronzo... Non che sarebbe più efficace rivolgersi a qui parlamentari, a quei senatori, che sono sicura gli daranno la fiducia, quando la chiederà, su questo e su altri atti di pornografia politica.

Sono annichilita, sfiduciata, stanca e delusa. Talmente delusa che anch'io, come Saviano, vorrei avere ancora la capacità, il candore di rivolgermi a Berlusconi ed appellarmi al suo senso di responsabilità. Ma non servirebbe. E non servirà. Se scrivessi la mia brava lettera a Napolitano, quello mi risponderebbe 'figlia mia, e che ci posso fare?'. A scrivere la mia lettera al papa, mi direbbe 'cava figliola, la Cuvia può solo pvegave e aveve fiducia nell'opevato del Signove. E al massimo, intevvenive pesantemente qvando si tvatta di abovto, fecondazione, e matvimoni fva invevtiti, ja?'
Scrivo a Bersani? E in minoranza stanno quelli, che possono fare? Scrivo a Fini, a Casini? Mamma mia. Scrivo alla Lega? E poi chi legge?
Scrivo un post. Un post di totale sfiducia. Così che lo possano leggere quelli che hanno votato Berlusconi un, due, tre volte, e che lo voterebbero ancora. Non che serva, ma almeno mi sfogo. Mi sfogo.

venerdì 13 novembre 2009

Come abbiamo fatto a non pensarci?

Comunque a pensarci è fantastico. C'è questo problema in Italia che i processi durano troppo. Mò fanno una legge che dice che i processi non devono durare troppo. Ma come non gli è venuto in mente prima, dico io. (Miic, da FF)

giovedì 12 novembre 2009

Lavori di sartoria

Leggo l'articolo sul ddl del processo breve e mi viene da lanciarlo al muro: mi ravvedo solo quando mi accorgo che il testo è sullo schermo del mio computer, e quello lanciarlo al muro mi costerebbe un po'. Quindi mi trattengo.

E chiedo, seriamente, magari ho capito male.

Se qualcuno, reo di un delitto 'minore', incorre nella prescrizione dopo due anni di processo, e poi viene processato per un altro reato, sempre minore, può sperare ancora nella durata del processo oltre i due anni, in modo da uscirne pulito e incensurato anche la seconda volta? E magari anche la terza, e la quarta? Non si rischia, in questo modo, di incentivare indirettamente la serialità del crimine?

Quello che mi fa rabbia è che il centro destra ha sempre fatto mostra di guardare con orrore all'indulto del centro-sinistra: per poi, come si vede, fare leggi per cui i criminali non lo raggiungano nemmeno, il carcere.

Poi Gasparri dice ai magistrati di 'lavorare di più': Gasparri, lei è senatore, ma guardi un momento ai suoi colleghi della Camera, alle loro assenze, alla lentezza con cui si muove il Parlamento: forse sarebbe anche il momento che il Parlamento lavorasse di più, non le pare?

Repetita iuvant

L'edizione cartacea di Repubblica dell'altro ieri dedica addirittura tre pagine a quello che è dipinto, secondo il costume di certo giornalismo, come un fenomeno endemico della portata e gravità dell'influenza A: la diffusione, in Italia, del malcostume delle ripetizioni, delle lezioni private, dei cosiddetti personal prof. Si sottolinea come il fenomeno sia diffusissimo, che muova cifre considerevoli e del tutto nascoste al fisco (cosa verissima) e che costutuisca una voce considerevole della spesa familiare.

In realtà, l'articolo, anzi, gli articoli, di Repubblica non sono così beceri, ma secondo me rispondono alla necessità di riempire una doppia pagina, piuttosto che contribuire alla personale edificazione del lettore, o quanto meno alla sua informazione.

Sostanzialmente, se da un lato l'avere un personal prof può non essere del tutto negativo per i ragazzi in formazione - questo dice la psicologa intervistata - il fenomeno evidenzia lo sfascio del sistema di istruzione pubblica, che non ha gli strumenti per provvedere a quegli allievi che non ce la fanno a stare al passo e rsichiano la bocciatura- sottolinea il sindacalista interpellato.

Da personal prof quale ho scoperto di essere, mi permetto di sottolineare che forse ha più ragione il sindacalista della psicologa.
Faccio ripetizioni di latino e greco da qualche anno. Dire che lo faccio per arrotondare mi sembra eccessivo, visto che la concorrenza è talmente forte che i miei prezzi sono stati definiti 'cinesi'. I prezzi che indicano i giornali non sono quelli dello studente, e del neolaureato, ma dell'insegnante con molta esperienza.
Sottolineare che si tratta di una rendita in nero è una cosa giusta, ma non tiene conto del fatto che non si tratta, il più delle volte, di un lavoro regolare. L'ora di ripetizione, per molti studenti, è qualcosa che si fa solo prima del compito, o che va incastrata facendo slalom fra il nuoto, la piscina, la danza, l'equitazione, le influenze e le possibilità dei genitori di scarrozzare i loro pargoli di qua e di là. E ovviamente, tenendo conto, a volte, delle esigenze del personal prof, che solitamente ha già un lavoro da qualche parte.
Ecco, non mi sembra che una simile flessibilità sia conforme alla situazione richiesta per aprire una partita IVA. Non mi sembra nemmeno che il costo della partita IVA consenta di tenere i prezzi a un livello concorrenziale. Ma mi lascio facilmente sorprendere, e ricevo volentieri dagli eventuali commercialisti in ascolto una consulenza, a titolo gratuito, ovviamente.

Ed ora, entriamo nel merito.
Recentemente discutevo con un amico docente, che aveva effettivamente ragione dicendo che 'le ripetizioni non servono a niente'. Se in quel 'niente' si vuol dire che le ripetizioni non insegnano di fatto nulla che non si fosse imparato a scuola, e che difficilmente potrebbero sopravanzare l'iniziativa del singolo studente che decidesse finalmente di studiare le materie in cui è carente, sono d'accordo.
Ma il fatto è che spesso lo studente o non ha voglia di mettersi a studiare più seriamente, oppure, quando decide di farlo, è già talmente indietro che dovrebbe bocciarsi da solo, per riprendere il passo (il perché non sia stato bocciato prima risiede nelle alchimie dei consigli di classe che hanno portato - e portano - alla promozione, individui con plurime insufficienze, cosa che nemmeno la riforma Gelmini con tutti i suoi slogan è riuscita a risolvere).

Ecco che subentriamo noi. Gli studenti universitari, i ricercatori, i dottorandi. Siamo sempre noi, precari presenti o futuri di una scuola e di un'università dove non c'è posto per noi. Siamo gente seria, il più delle volte. Ci mettiamo lì: e facciamo i compiti con loro. Che è ben diverso dal fare i compiti per loro. Per me sarebbe molto più comodo fare le versioni di greco a casa mia e rispedirle a giro di posta elettronica con pagamento paypal. Ma internet ci pensa già, e la mia coscienza mi ricorda che questo, questo sì, non serve a niente. Senza contare che i nostri adolescenti, nativi tecnologici, nemmeno lo sanno usare, un font greco, e quindi sai che casino verrebbe fuori.
Quindi io mi metto lì, e si fanno i compiti insieme. Ho provato, moltissime volte, a dare dei compiti io, in modo da far fare più esercizio. La contromossa più semplice è che gli allievi non li fanno, perché hanno da studiare le altre materie o non hanno voglia. E non posso pretendere che trascurino la versione data a scuola per fare quella che ho assegnato io. Potrei pretendere che almeno mi presentassero dei compiti già fatti, da correggere e controllare, ma è utopia.
A differenza del docente, io non ho nemmeno un registro con cui farmi scudo. E quindi, si guarda al risultato. Si fanno i compiti in modalità assistita. E' come un'interrogazione senza voti: loro traducono - o almeno ci provano - e io li ascolto, e li correggo. Li aiuto. Ripeto mille volte le cose che dovrebbero già sapere. Cerco di far notare loro come affrontare i problemi. Repetita iuvant, si dice.

A volte sì, funziona, e bene. Si smuove qualcosa, le cose vanno meglio, i cinque diventano sei, ed anche sette. A volte funziona meno. Ma magari un tre, un quattro, diventano un cinque, e si spera nell'aiutino, il condono, la benevolenza. Si fa quel che si può. Come si può. Solitamente, si lavora meglio se l'allievo è ricettivo. Repubblica accusava i 'ripetitori' di non promuovere la formazione di un buon metodo di studio. Io vorrei ricordare che un metodo di studio si acquisisce a patto che si studi, e si voglia studiare. E questa voglia se non c'è, si fa ben fatica a darla. Il fatto di tenere una persona a studiare latino e greco per un'ora di fila a volte è già una conquista.
Vi sembra poco? Beh, cosa pretendete, in un'ora, massimo due, alla settimana? Senza sapere nemmeno a che punto si sia arrivati in classe con il programma: a sentir loro, in classe sembra che non ci siano nemmeno stati, certe volte.

Con tutto ciò, questo lavoro mi piace. Lavorare a contatto con questi allegri somari mi piace, e mi aiuta a capire quali sono le loro difficoltà, a capire come impostare l'insegnamento della mia materia, quella che io ho studiato per insegnare (cosa che forse non avrò mai la fortuna di fare, dati i tempi). Come fargliela capire, e a volte come fargliela apprezzare... A volte...

Io - intendiamoci - non avrei nulla in contrario se mi si dicesse di lavorare da strutturata, a scuola. Facendo corsi di recupero, doposcuola, cose simili. Con uno stipendio, una convenzione, non lo so, qualcosa. Ma le scuole pubbliche per questo non hanno soldi. Nemmeno per i corsi di recupero, li hanno. E voi continuate pure a lamentarvi che la scuola non fa questo e non fa quello, a sostenere la Gelmini e a mandare i vostri figli a ripetizione: il precario che avete fatto licenziare aiuterà vostro figlio nei compiti, pagato in nero, e sempre da voi.

Una banca differente?

Chi vive in baracca, chi suda il salario
chi ama l'amore e i sogni di gloria
chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria
[...]
Chi sogna i milioni, chi gioca d'azzardo
chi gioca coi fili chi ha fatto l'indiano
chi fa il contadino, chi spazza i cortili
chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia.
[...]
Chi è assicurato, chi è stato multato
chi possiede ed è avuto, chi va in farmacia
chi è morto di invidia o di gelosia
chi ha torto o ragione,chi è Napoleone
chi grida "al ladro!", chi ha l'antifurto.
[...]
chi cambia la barca felice e contento
chi come ha trovato,chi tutto sommato
chi sogna i milioni, chi gioca d'azzardo
chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo.


Una nota banca ha adottato nel suo spot la melodia di una nota canzone.
Giulia, su FB, si domanda se la nota banca avesse una vaga idea del testo della nota canzone.

martedì 10 novembre 2009

Giustizia e Bar sport

Seguendo il ragionamento, posto che di ciò si tratti, dell'On. Giovanardi, se Stefano Cucchi fosse stato un giovanotto aitante e ben pasciuto, 1,95 per 90 chili, bello e rubicondo, forse sarebbe ancora vivo. Forse sarebbe stato più difficile che morisse. Forse ora ci sarebbero da chiarire i perché di una lesione, piuttosto che i perché di una morte.
Ci sarebbero comunque, e infatti ci sono, da chiarire molti perché.

Purtroppo, il ragionamento, posto che sia tale, dell'On. Giovanardi, non aggiunge nemmeno un granello di verità a quello che già sappiamo. Non diminuisce le cose che vorremmo sapere. Alza, se mai, un'inutile, e ben vergognosa, cortina di fumo su una faccenda già poco chiara, dandoci un parere che faticheremmo a tollerare dallo sconosciuto seduto al bancone di un bar, figurarsi da un senatore.

Giovanardi, lei è medico? No. E' il medico, o il legale della Famiglia Cucchi? No. Conosceva Cucchi o la sua famiglia, prima dell'evento? Immagino di no. Conosceva personalmente le patologie da cui Stefano Cucchi era affetto, le sue abitudini, il suo rapporto con la droga? No. Era in caserma, in tribunale, all'ospedale, quando ci fu Stefano Cucchi? Non credo. Ritiene di avere qualcosa di interessante da dire, a parte la sua personale opinione, che in questo caso non è interessante, sulla vicenda? Le sue parole hanno risposto 'No' anche a questo.
Mi sembra che sia sufficiente a capire come dovremmo valutarle.

lunedì 9 novembre 2009

Le strette del tempo: breve storia di come dimenticheremo tutto, a lungo andare

Concedetemi un post tennico, come avrebbe detto qualcuno nel Bar Sport di Benni.
D'altronde, sono apprendista filologa, e un po' di orgoglio professionale sono riuscita a trovarlo, in fondo al cassetto delle cose inutili.

Quella che segue è la storia - peraltro nota e arcinota, ma sono sempre le banalità che si dimenticano per prime, o io almeno di questo mi illudo per continuare a scrivere banalità - di come abbiamo dimenticato e dimenticheremo ogni cosa. Con l'aiuto della tecnologia.
Come? Sentite qua.

I primi supporti dove l'uomo lasciava tracciati i primi caratteri, fossero l'inventario del bestiame posseduto o una primordiale composizione protopoetica, erano i più diversi. Pezzi di stoffa, di corteccia, di coccio. In ultima, tavolette di argilla. Un sacco di tavolette d'argilla, spesso, come quelle della lineare A, scrittura cretese mai decifrata.

Poi, mano a mano, scrivere diventò più semplice, e anche più piacevole diventò il passatempo di lasciare, attraverso lo scritto, ai posteri i propri pensieri, e non solo la propria contabilità. Anche se la trasmissione orale del sapere costituiva comunque un fattore importante, nella diffusione della cultura, indispensabili divennero le tavolette coperte di cera e quindi i rotoli di papiro. I due supporti erano usati nella stessa epoca, con funzioni diverse: le prime erano adatte a scritture estemporanee, mentre al papiro era consacrata la memoria definitiva del testo. La proliferazione dei testi su papiro era enorme.

Il problema reale emerse quando la pergamena prese il sopravvento sul papiro, e il libro assunse un'altra forma: dal rotolo al codice. L'utilizzazione del codice comportava numerosi vantaggi: il materiale era più resistente, il codice diventava un oggetto più facile da utilizzare.
Siamo tra il II ed il IV secolo d.C. Quindi dopo la massima fioritura - o almeno quella che per noi è tale - della letteratura greca e latina. C'erano un gran numero di testi che necessitavano di essere portati, gradualmente, da un formato all'altro. Il che implicava delle necessità di selezione.
Ecco come abbiamo perso la maggior parte di quella specie di corazzata Potemkin letteraria che erano le storie di Tito Livio. Per dirne una. Ecco come abbiamo perso quasi del tutto le commedie di Menandro. Papiri, oggi come oggi, ce ne restano pochissimi: quello che siamo riusciti a recuperare dai cartonati di qualche sarcofago. Frustoli semileggibili. Chissà quante cose, che i loro autori avrebbero creduto di consegnare all'eternità consegnandole ai rotoli di papiro, non sono state copiate, andando irrimediabilmente perdute.

Il codice trionfò. E la letteratura, e non solo, per moltissimo tenpo fu copiata e ricopiata, da un codice all'altro. Con risultati a volte allarmanti: la fatica di copiare su un nuovo codice quello che si trovava nel vecchio procurava severi danni al testo. Se pensiamo che i primi codici furono anteriori al IV secolo a.C., ma che noi, oggi come oggi, possiamo ritenerci fortunati se disponiamo di materiale di VI secolo, dovrebbe farci riflettere. Quanto, nel corso del tempo, non è stato ritenuto degno di essere copiato?

Poi (ve la sto facendo breve e semplice) venne la stampa. E si ricominciò da capo. La stampa (un'operazione molto meno agevole di quanto sia oggi) permetteva una diffusione della cultura sino ad allora inimmaginabile. Sì, ma quale cultura diffondere? Quale cultura copiare, mettendo in fila, l'uno dopo l'altro, i caratteri che servivano per comporre una singola pagina, migliaia e migliaia di volte? L'avete già capito: siamo in presenza di un'altra stretta del tempo. Non pensatela tanto in termini di cosa copiare, ma ache di come copiare. In presenza di cento codici di Virgilio, quale avrebbe offerto allo stampatore il testo per l'edizione a stampa dell'Eneide? Quello più leggibile. Che forse era quello più recente e corrotto, dal punto di vista testuale. Oppure quello della biblioteca davanti a casa, che magari mancava di tre fogli. Non sempre andò così. Ma andò anche così.

Siamo arrivati fino ad oggi. Alla digitalizzazione. Agli e-books.
Quali libri digitalizzare? Come farlo? In che formato? Anche qui, si farà, si sta già facendo, una scelta. Abbiamo la fortuna (?) di assistere in diretta ad una nuova trasformazione. Che condannerà, io credo, molte opere che ora sopravvivono alla stampa, al lento oblio.
Per carità, non per tutte ci sarà da dispiacersi. E non sarà nemmeno il caso. Digitalizzare una pagina è un processo molto più rapido che copiarla a mano. Se si parla di scansoni in pdf. Già volendo creare un testo che parli, che sia un ipertesto, che abbia delle note, delle possibilità di elaborazione ed espansione, il pdf non sempre basta.
E non sempre bastano gli strumenti tradizionali. Non solo il sistema editoriale non è preparato. Ma l'oggetto libro non è più pratico, per questo genere di utilizzo: gli indici, per dire, non potranno più essere dei lunghi elenchi alla fine di un volume che non sarà più un'operazione rapida sfogliare. Il supporto dovrà consentire delle annotazioni da parte del lettore, una certa possibilità di elaborazione, se il libro in oggetto è un testo di studio. C'è da fare, molto da fare. Da cambiare, soprattutto.
Per non parlare dell'instabilità del supporto. Un file è un insieme di informazioni in codice binario, no? Può essere distrutto con un erase di troppo. Con un cambiamento del campo magnetico. Per eliminare una biblioteca, nel medioevo, ci volevano uno squadrone di topi, un'invasione di barbari, un acquazzone e un bell'incendio. Oggi basta un click. Se tra cent'anni ci sarà la necessità di cambiare questo codice, ci sarà il tempo di rifare, di nuovo, tutto il processo di copiatura e traslitterazione? E quanto grave sarà, la selezione?

Per non parlare di possibili scenari apocalittici e fantascientifici: ci toccherà mandare i libri a memoria, e ritornare alla fase orale?
E se un giorno ci estinguessimo, e la terra fosse invasa da un popolo di evolutissime lucertole giganti che usano tutt'altro codice di trasmissione delle informazioni, la nostra cultura, tutto il nostro patrimonio, salvato in dei bei file, diventerà la nuova lineare A?

Nun m'emporta du passato

Abramo, un po' il patriarca di tutti, un dì prese il suo figliolo Isacco, lo portò su un monte, lo legò a un altare, e l'avrebbe sgozzato. Per amore di Dio. Solo che Dio all'ultimo momento lo fermò.
Insomma, abbiamo sfiorato l'infanticidio... Il patriarca di Ebrei, Cristiani, Musulmani avrebbe ucciso suo figlio.

Vorrei vedere adesso, se uno tentasse di uccidere un bambino perché gliel'ha chiesto Dio, finirebbe in carcere prima di subito. Se non viene linciato prima.

A parte questo, dicevo, se la signora Santanché (oltre a coltivare una segreta crociata contro l'ortografia e l'italiano nella sua pagina web) vuole cominciare a tirare fuori gli scheletri dagli armadi delle religioni, perché cominciare proprio dall'Islam?

(è una domanda retorica, lo so benissimo, il perché)